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Gianpaoloiacobini

3 Agosto Ago 2018 03 agosto 2018

La cultura della gogna

Tiziana Cantone, nel settembre del 2016, per un video che la ritraeva in scene intime col suo compagno, s’era uccisa sotto il peso della vergogna dopo che il filmato s’era moltiplicato in rete, tracimato dalle chat di messaggistica in cui l’uomo l’aveva riversato. Quella morte non è servita a niente. Solo a riempire di chiacchiere le giornate vuote. E nel tempo passato il peggio si è radicato, prendendo il sopravvento sul buono e sul giusto, finanche sulla speranza. Cosenza non è città che faccia scandalo. Un pezzo di provincia italiana, come tanti ce ne sono. E forse pure per questo non ha fatto scandalo lontano dalle rive del Crati che due professionisti non più giovanissimi si appartassero un giorno di fine Luglio e nella canicola pomeridiana, nel deserto d’un parco all’ombra d’un albero che diventa alcova con le sue fresche frasche ad ombreggiare l’erba brulla, si lasciassero andare ai piaceri della carne, divorati dal fuoco della passione che ribolle nelle vene quanto e più dell’afa africana. D’improvviso sulla scena irrompono uomini in divisa. I due se ne tornano a casa con una denuncia per atti osceni in luogo pubblico. E fin qui non ci sarebbe racconto da imbastire, se non un’ode all’amor profano ed all’indecenza che lo permea quando è urlato ed esibito. Ma di mezzo c’è un video. Un filmato d’un minuto e poco meno che svela i passi di chi s’avvicina alla coppia e la scopre, mentre quella, attonita, veloce si riveste profondendosi in scuse e pentimenti, come avviene quando s’è presi con le mani nella marmellata o ci si giustifica, magari davanti ad un gendarme, d’una colpa commessa con poco dolo e niente scienza. E qui il dubbio cresce e la storia si fa dramma: che quel video, è l’interrogativo, sia stato girato proprio da uno dei gendarmi operanti nella calura di quel dì di Luglio? Il sospetto è forte, e lo coglie adesso anche la Procura di Cosenza, che dopo la denuncia degli amanti smarriti, traditi dall’obiettivo di un qualche aggeggio elettronico, ha aperto un fascicolo per violazione della privacy. Finisce il fatto, cominciano i pensieri. Che due adulti consenzienti si stringano in un amplesso son fatti loro, che lo facciano per strada è condotta censurabile, di fatto anche penalmente (per fortuna, ancora) punita. Ma non si ha diritto alcuno di sbeffeggiarli e metterli alla berlina, di esporli nelle piazze virtuali stretti in quella gogna moderna che sono diventati i telefonini ed i computer, come non s’usa nemmeno per il peggiore dei delinquenti. E qui il dilemma e il suo tormento: chi ha girato quel video? Il sospetto – atroce e in cerca di provvidenziali smentite - è che possa essere un appartenente alle forze dell’ordine, uno di quelli interventi sul posto. Magari anche per difficilmente intuibili – ma pur sempre possibili – ragioni di servizio. E non è nemmeno detto, ammesso che così siano andate davvero le cose, che poi sia stato lui stesso a diffonderle. Ma di fronte ad una vicenda del genere, e ad un’eventualità simile, un no sdegnato e secco quanto subitaneo sarebbe stato lecito, anzi auspicabile. Invece sin qui solo silenzi e quasi imbarazzo, benzina per alimentare le fiamme del chiacchiericcio e bruciare verità e fiducia. Per sapere e capire – a giudicare penserà chi crede di poterlo fare - sarà necessario attendere l’esito di un’inchiesta giudiziaria. E poi magari un processo, ed un appello, e la Cassazione. Ma niente e nessuna pena potrà mai resuscitare la dignità perduta né l’umana pietà, ormai sepolte al lato del sepolcro dove già giacevano l’intelligenza e suo fratello, senso di responsabilità. Che sia stata la mano d’un passante, a registrare un amplesso dal sen sfuggito, sarebbe quasi una consolazione, almeno per le menti che non s’arrendono all’ineluttabilità del destino. Fosse stata Dio non voglia quello d’un tutore delle forze dell’ordine, ci sarebbe da apprestare un cartello su cui dipingere con vernice e pennello la figura d’un mondo a pezzi e sotto un annuncio semplice: “Locasi”. Astenersi umani.