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Laura Tecce

17 Marzo Mar 2018 17 marzo 2018

L’irresistibile italica propensione a incensare i vincitori

  Ora siamo tutti grillini o in alternativa, ma pure in concomitanza, leghisti. Anzi salviniani. [caption id="attachment_562" align="alignnone" width="300"] Matteo Salvini Luigi Di Maio[/caption] Appena quattro anni fa eravamo tutti super renziani, ma a fine 2011 fummo tutti montiani: ce lo chiedeva l'Europa. Il loden divenne la divisa d'ordinanza, lacrime (della Fornero) e sangue (il nostro) l'emblema di quella sciagurata stagione bocconian europeista. Ovviamente un attimo prima eravamo tutti berlusconiani gaudenti, sintonizzati su Mediaset e col Milan nel cuore; prima ancora dirsi seguaci del professor Prodi era un vanto. Veltroni poi, è sempre stato un evergreen soprattutto dalle parti di Viale Mazzini, dove l'influenza dell'ex potentissimo segretario Pd non si è mai eclissata e c'è chi ancora oggi in suo nome strappa all'azienda contratti milionari e consulenze autorali in gran quantità. Perché si sa, la cultura è sempre e comunque di sinistra, che non balzasse in testa a qualche semi colto di voler mettere le mani su roba che da decenni è appannaggio di una sola parte politica. Rai Tre poi, appartiene loro addirittura per diritto divino. Neppure il sovrano di Rignano sull'Arno è riuscito a scardinare del tutto certi meccanismi, nonostante abbia compiuto in poco più di tre anni la più grande e spregiudicata operazione di occupazione totale, dalla Rai - appunto - a tutti gli altri Enti possibili, da quelli più importanti come Enel, Eni, Ferrovie o Finmeccanica sino alle Fondazioni, dalle partecipate statali a quelle della “sua” Toscana. Il Giglio Tragico non ha fatto prigionieri, se non i soliti noti, buoni per tutte le stagioni. Che, come dicevamo poco sopra, in Rai persistono e resistono. Anche altrove, per carità, ma la tv per ovvi motivi di visibilità offre più di qualunque altro luogo di spartizione del potere il polso della situazione. Pare che nei corridoi dei piani alti e negli studi dei tg e dei talk l’accento toscano, imparato in tempo record, sia stato presto sostituito da una cadenza lombardo/veneta e dal dialetto di Pomigliano d'Arco. C'è poi chi la lingua di Dante non avrebbe dovuto simularla ma ha preferito scontare epurazioni, umiliazioni, disoccupazione e persino insulti ma sul carro renzian/radical chic/ Capalbio non amour/patto del Nazareno non ha neanche provato ad avvicinarsi. Ma questo è un altro discorso. Come registrava Paolo Mieli qualche giorno fa in un editoriale sul Corriere dal titolo quanto mai esplicito Quel balzo sul carro del Movimento 5 Stelle «Si impone una riflessione in merito all’incredibile corsa del ceto medio riflessivo della sinistra italiana in vista di un balzo sul carro dei Cinque Stelle nei minuti successivi alla proclamazione dei risultati delle elezioni politiche. Minuti? Diciamo pure frazioni di secondo». Se a sinistra, ma non solo, c'è dunque un'evidente smania di riposizionamento fra i pentastellati, nell'area di centrodestra  - e anche in questo caso non solo - si sono tutti riscoperti autonomisti, federalisti, contro l'invasione e addirittura c’è chi giura di non aver mai fatto altro nella vita che agitare ampolle con l'acqua del Po sul sacro suolo di Pontida, per poi ovviamente, sposare senza se e senza ma la giusta e vincente linea nazional sovranista del leader Salvini. Che in una delle prime conferenze stampa post voto al Palazzo delle Stelline a Milano era diventato per tutti “l’amico Matteo”, a cui dare del tu e interpellare rigorosamente per nome di battesimo. Chi scrive è “donna di mondo” e si occupa di cose della politica da troppi anni per meravigliarsi di alcunché. Ma elementari criteri di stile e un minimo di dignità imporrebbero quantomeno di limitarsi, di contenersi. Che i servi sciocchi non servono bene nessun padrone. Va bene il salto ma addirittura triplo… Passi per chi fino a ieri inneggiava cori fascisti e oggi si spaccia in "quota Lega", passi per chi era apprezzato/a e stimato/a dall’area Lettian-berlusconiana  e ora è folgorato/a dal Vangelo secondo Matteo, ma leggere articolesse in lode di donne leghiste da chi si occupava della comunicazione del candidato a sindaco di Roma del Pd e fino a ieri nei dibattiti tv dava a Salvini del razzista/fascista/populista anche no. E anche no alle giovani e avvenenti candidate (trombate) renziane che sostengono che “Matteo ha letto tutti i miei libri” (sic!). Gente che fino a ieri faceva marcette per i fratelli immigrati e vedeva il mondo con le lenti arcobaleno. Citando ancora l’ottimo e perspicace Mieli: «In nessun Paese d’Europa (forse del mondo) si è mai assistito ad uno spettacolo del genere, perdipiù in tempi così ravvicinati ad un esito elettorale. Mai». Più che altro non si è mai visto un riposizionamento così privo di qualsiasi vergogna. Come se la sottoscritta diventasse femminista e fan di Laura Boldrini. A tutto c'è un limite. Il punto è che i vincitori, sapientemente, dovrebbero guardarsi bene da calar scialuppe a questi “profughi” e transfughi: andrebbero lasciati un po' al largo a questo giro, dato che sempre, negli anni, hanno trovato a destra e manca chi li abbia soccorsi e rifocillati. Andrebbe fatto sperimentare loro quanto “il naufragar m'è dolce in questo mare”.