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Laura Tecce

28 Ottobre Ott 2017 26 giorni fa

O Lega o niente. Salvini non vuole arrivare secondo

Aut Caesar aut nihil. Matteo Salvini ambisce alla leadership del centrodestra e al governo del Paese  Lega o Lega Nord? «Alle prossime elezioni ci sarà la Lega, punto. In tutta Italia». Matteo Salvini lo aveva anticipato giovedì sera in diretta su La7 a 'Piazza Pulita' e lo ha ribadito il giorno dopo nel Consiglio federale del partito. Nel simbolo elettorale del Carroccio alle prossime politiche la parola Nord non ci sarà, coerentemente con la linea "nazionalista" del leader. Il passaggio da partito territoriale a forza trainante nazionale è irreversibile, rappresenta il naturale punto di arrivo di un percorso iniziato tre anni fa e una svolta ribadita già durante il congresso di Parma, quando Salvini è stato confermato alla guida del partito con l'83% dei consensi.   [caption id="attachment_505" align="alignnone" width="300"] Salvini a PiazzaPulita[/caption] Un cambio di nome necessario, dunque, e assolutamente scontato: come ha ricordato ieri in via Bellerio il governatore del Veneto ed esponente leghista di primissimo piano Luca Zaia «è il messaggio più adeguato al 2017». E quale è questo messaggio? La 'nuova' Lega si batte a livello nazionale per trasformare l’Italia in un Paese federale e coltiva l'ambizione di essere l'unico partito "populista" d' Europa che andrà al Governo nei prossimi mesi. Matteo ci crede e lo ripete da mesi: «È finito il tempo della Lega piccola e al rimorchio. Ora gli elettori di centrodestra ci dicono: o voi o niente. Noi alla guida o niente». O Lega o niente. Aut Caesar aut nihil. O Cesare o niente, come a dire: «Il secondo è solo il primo tra gli ultimi». Il motto è attribuito a Cesare Borgia, il duca Valentino, superba reminiscenza di un detto riferito al primo grande Cesare, Gaio Giulio Cesare. Salvini come Cesare? Sì, ma come il Borgia, a cui Niccolò Machiavelli si ispira per il suo trattato di dottrina politica "Il Principe" (scritto nel 1513 ma a cui i politici attuali dovrebbero prestare attenta lettura). Ma facciamo un passo indietro. La Lega e Salvini fanno così paura? Ne abbiamo avuta una dimostrazione plastica nel corso della già citata 'PiazzaPulita': il leader del Carroccio viene definito «barbaro e selvaggio» dal giornalista Giampaolo Pansa e accusato di creare un «clima di violenza verbale e di odio» da un visibilmente alterato Antonio Caprarica, storico ex corrispondente Rai da Londra. Un signore molto posh, si direbbe nella capitale inglese, cioè un ricco ed elegante snob. Lord Caprarica, evidentemente avvezzo a sorseggiare tè con Elisabetta II in sontuose dimore reali, si scandalizza per l'affermazione di Salvini: «(le persone) ne hanno le palle piene delle banche e delle multinazionali». Comprendiamo che il castello di Windsor sia lontano anni luce dalla nostra triste realtà ma di motivi tangibili per cui scandalizzarsi nel nostro Paese ve ne sarebbero a bizzeffe. Dalla gestione dell'immigrazione alle truffe bancarie, dalla legge Fornero ai tempi biblici della macchina della giustizia dall'inefficienza dello Stato centralista al fisico che opprime tanto le famiglie quanto il tessuto produttivo di piccole e medie imprese. La lista è lunga. Ma non è una novità che per taluni esista solo l'aristocratico disprezzo verso chi non ha la medesima visione elitaria della realtà, ovviamente dal pulpito di una presunta superiorità morale ed intellettuale. Ennesimo, malsano quanto sistematico, rifiuto di una democrazia che dovrebbe esercitarsi attraverso il confronto, anche polemico e tensorio, fra argomenti. Ma per vent'anni la sinistra col suo codazzo di intellettuali organici, registi, attori, scrittori, giornalisti, nani e ballerine varie ha demonizzato, attaccato e persino irriso Silvio Berlusconi proprio perché percepivano quanto lui fosse vicino alla gente e quanto loro ne fossero distanti. Berlusconi oggi è di nuovo in campo, più forte che mai e l'appuntamento del 22 novembre, quando la Grande Chambre della Corte Europea dei diritti dell' uomo deciderà se è stato giusto cacciarlo dal Parlamento con una legge ad personam, si avvicina. Ma Berlusconi oggi piace all'establisment, forte anche degli ottimi rapporti con l'Europa. Il bersaglio non è dunque più lui ma il giovane "condottiero", o "capitano" come amano chiamarlo i militanti e i supporter leghisti. La sua linea politica decisionista, gli slogan di rottura che ha ideato, il suo linguaggio semplice e diretto lontano anni luce dal politichese, il fatto di aver "resuscitato" una Lega finita nel 2013 sotto il 4% per portarla a sfiorare il 16% danno fastidio a chi avversa il cambiamento. Salvini è stato abile nello smascherare l'ipocrisia dei soloni del politically correct, nel perseguire battaglie di buon senso, nel farsi portavoce del "comune sentire " e, su un piano squisitamente politico, nel machiavellico capolavoro di riuscire a tenere insieme le due anime del suo partito, in una transizione non facile e non esente da malumori. Quella originaria e ancora fortemente radicata  - abbiamo appena visto il travolgente successo dei due referendum nonostante l'ostracismo dell'establishment e dei media mainstream - autonomista e federalista, con un disegno nazionale di ampio respiro e  con quella apertura al Sud che Matteo Salvini sta perseguendo con solerzia e determinazione e che lentamente sta dando i propri frutti. Torniamo dunque a Cesare Borgia e alle qualità che, secondo Machiavelli, deve possedere un "Principe" ideale e che sono tuttora citate nei testi sulla leadership: la capacità di essere leone, volpe e centauro (leone forza - volpe astuzia - centauro come capacità di usare la forza come gli animali e la ragione come l'uomo), la capacità di mostrare la necessità di un governo per il benessere del popolo (il moderno populismo) e la saggezza di cercare consigli soltanto quando è necessario (i grandi leader sanno che le decisioni si prendono da soli). Ma come aveva intuito e scritto nel suo imprescindibile saggio il Machiavelli, le doti del politico restano puramente potenziali se egli non trova l'occasione adatta per affermarle, e viceversa l'occasione resta pura potenzialità se egli non sa approfittarne. La posta in gioco è alta e l'occasione è propizia, pochi mesi ci separano dalle elezioni. E vedremo se Matteo sarà davvero in grado di prendere un voto in più di Berlusconi.