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Andrea Scarabelli

29 Dicembre Dic 2018 29 dicembre 2018

L’estetica dell’invisibile di Pavel Florenskij

Se Pavel Aleksandrovič Florenskij è stato chiamato “il Leonardo russo”, una ragione c’è: come definire altrimenti un uomo che nell’arco di una sola vita si è occupato, tra le altre cose, di matematica e fisica, elettrodinamica ed esoterismo, folklore e teologia, filosofia e biologia? Probabilmente, uno specialista risponderebbe che ci troviamo di fronte a uno schizofrenico o a un bizzarro studioso dagli interessi curiosamente eterogenei, da liquidare con un sopracciglio inarcato. Ma le cose stanno diversamente: non fu (solo) un’insaziabile curiosità a spingere il protagonista di questa storia in domini tanto disparati, quanto una visione del mondo poliedrica, capace di sintetizzare scienza e spiritualità, materia e Assoluto, ordo idearum e ordo rerum, le scale dei transfiniti di Cantor e le schiere angeliche di Dionigi l’Areopagita. «Un esempio vivente di connubio degli opposti»: così lo ha definito il professor Georg M. Young nel suo libro dedicato a I cosmisti russi (Tre Editori, 2017), che affrontò con il medesimo fervore i progetti tecno-scientifici sovietici (fu, tra l’altro, uno dei realizzatori dell’“elettrificazione” della Russia, che secondo Lenin costituiva l’essenza stessa del comunismo, insieme ai soviet) e questioni di ordine teologico. Anche perché, come disse una volta il suo amico Leonid Sabaneev, «sembrava osservare il bolscevismo da un’altezza mistica, come se fosse una base necessaria del processo storico». E il regime, soprattutto nei suoi primissimi anni di vita, trovò il modo di servirsi di lui. Sull’unità della visione del mondo florenskijana è tornato di recente Luigi Zuccaro ne L’estetica dell’invisibile. Il pensiero eurasiatico di Pavel Florenskij, uscito per NovaEuropa lo scorso ottobre, con una prefazione di Luca Negri, che del metafisico russo si era già occupato nel suo magnifico Il ritorno del Guerin Meschino (Lindau, 2013). Libri come questi sono veri e propri antidoti intellettuali alla specializzazione assunta dalle scienze dalla fine del Rinascimento in poi, una deriva che ha condotto la modernità a dimenticare la totalità dell’uomo e l’uomo come totalità, insieme alla sua apertura alla storia e agli Dèi. Così come sono vaccini alla dottrina (tutta occidentale) di un’individualità chiusa in se stessa – dottrina impostasi, non casualmente, con l’insorgere del soggetto politico della borghesia, che dell’individualismo ha fatto la propria madrelingua. In controtendenza a questo paradigma troviamo invece un Io fatto di aperture e faglie, aperto ai propri simili, alla storia e a ciò che risiede oltre la storia stessa. All’individuo borghese laico, acosmico e astratto, insomma, queste pagine ne oppongono uno storico e radicato, aperto al sacro e dunque al mondo, soggetto e non oggetto della storia. Anche perché, dagli studi di fisica e matematica fino alla cattedra assegnatagli a soli ventisei anni, Florenskij era solito utilizzare come pietra di paragone l’Eterno, ciò che non si risolve nei domini della storia, e in questo modo riuscì a operare una duplice sintesi: verticale, unificando passato e futuro, Medioevo e modernità, e orizzontale, riconciliando scienza e meditazione, cimentandosi nell’impresa di cartografare l’Assoluto. È in questo quadro, tanto complesso quanto di una semplicità disarmante (al pari di tutto ciò che ha profondità), che liberò la matematica – anzi, l’aritmologia – dal dominio del calcolo, facendone una disciplina in grado di legare visibile e invisibile, fenomenico e spirituale. Senza contraddizione alcuna: secondo lui il calcolo differenziale, le funzioni algebriche e la geometria non-euclidea non negano ma confermano – ovviamente, su altri presupposti – le verità tradizionali. La matematica, dunque, non come misurazione delle cose ma trasformazione attiva del mondo e dell’Io… è un’idea che percorre tutta la sua biografia spirituale, dal saggio Gli immaginari in geometria, che nel 1922 gli valse l’ostracismo di un’intellighenzia dagli orizzonti ben più limitati, fino a una lettera spedita ai suoi figli, nelle ore più buie del XX secolo, dal gulag delle Solovki, dove fu ricompensato dal regime per cui aveva lavorato: «La Matematica è la più importante delle scienze del pensiero: essa approfondisce, precisa, generalizza e lega in un unico modo la visione del mondo, educa e sviluppa, dà un approccio filosofico alla natura». Quella di Florenskij, tra l’altro, era una matematica della discontinuità: se la continuità caratterizzava la realtà materialista e determinista del XIX secolo, il Novecento avrebbe dovuto basarsi su una nuova aritmologia, capace di garantire la compresenza simultanea di materia e antimateria, spirito e realtà fenomenica… Sempre ne Gli immaginari in geometria, tra l’altro, aveva affrontato la Divina Commedia da un punto di vista cosmologico, studiando le affinità tra la visione del mondo tolemaica, sottesa al poema dantesco, e lo spazio ellittico della relatività generale. Aveva così scoperto molte affinità tra la visione tolemaica e quella einsteiniana, più di quante ve ne fossero con la visione del mondo copernicana. Il motore immobile delle indagini florenskijane è però la nozione di archetipo, quintessenza del linguaggio stesso, che non si esaurisce nel botta-e-risposta, nel rapporto di causa-effetto o nella dinamica stimolo-reazione, che potrà caratterizzare i cani di Pavlov o i dettami del basic english globalista ma non di certo i figli di Dante e Leonardo. Ne La parola come magia (le cui pagine ricordano quelle auree di Verità del linguaggio di Attilio Mordini) il linguaggio è soprattutto simbolico, e gli archetipi, commenta Zuccaro, ben lungi dall’essere figure retoriche o immagini disincarnate, «assurgono al ruolo di scomposizione e decodificazione del reale attraverso un atlante di morfologie pregnanti». Il simbolo è la chiave di volta della visione del mondo di Florenskij, entità mediana, mesocosmo che lega microcosmo e macrocosmo in un rapporto non mimetico ma analogico – sembra di sentire Ernst Cassirer, secondo cui l’uomo è animal simbolicum e la sua produzione (artistica, letteraria, ma anche scientifica) è il termine medio tra io e mondo. Simbolico è in primis il linguaggio, azione magica per eccellenza: la parola esce da noi, proiettandosi sul mondo, e torna retroattivamente su chi l’ha pronunciata, operando un mutamento dell’Io, chiamando alla presenza ed espandendo la mente, senza soluzione di continuità. Operando sul piano sottile, intermedio tra assoluto e fenomenico, il linguaggio simbolico trasmuta il reale, generando e annientando universi. Il tutto all’insegna di una nuova oggettività, nella quale i termini di astrazione e concretezza, come leggiamo nel saggio florenskijano La prospettiva rovesciata, subiscono una traslazione radicale: «La realtà è l’incarnazione di ciò che è astratto, nel materiale oggettivo da cui appunto si era ottenuta l’astrazione; l’immaginario è invece l’incarnazione di questo stesso materiale astratto, ma in un materiale oggettivo eterogeneo. Se si vuole, la realtà è l’adeguarsi di astratto e concreto, mentre l’immaginario è il simbolico». Sempre di natura simbolica è la centralità assegnata da Florenskij alle icone, in un’epoca tutta infatuata da Futurismo e Costruttivismo, dai culti della velocità e del progresso. Se realizzate a regola d’arte, dalle icone balugina il mistero dell’Incarnazione, concretizzandosi l’essenza stessa del Divino. Questi piccoli oggetti, scrive Zuccaro, «sono una teologia concreta che si rende materialmente esperibile e sensibile». La loro bidimensionalità rimanda a una realtà quadrimensionale e antieuclidea, oltre le tre dimensioni, verso un piano ulteriore: qui il soggetto non conosce più l’oggetto ma si trasforma in ciò che conosce. Qui la conoscenza è autorivelazione. Non è un caso che questa funzione pontificale, in seno a un pensiero squisitamente eurasiatico, venga assunta dall’arte e non da altre discipline. Così come non è un caso che recentemente sia stato creato un movimento teso a rinsaldare i legami tra Italia e Russia (legami tanto profondi quanto fecondi) partendo proprio dall’arte e non dalla politica, in senso contingente, o dalla filosofia – stiamo parlando di EurasiArt, basato sulle fondamentali dottrine di Aleksandr Dugin: la Quarta Teoria Politica (volume edito sempre da NovaEuropa) e il Soggetto Radicale. Ebbene, un contributo a EurasiArt potrebbe forse provenire proprio dalle icone florenskijane, (meta)narrazioni sacre e soteriologiche, inviti alla liberazione – un’estetica spirituale, insomma, nella quale l’arte, ben lungi dall’affondare nei miasmi dell’inconscio di freudiana memoria, rivelare nevrosi o tradurre beghe socio-politiche, diviene via d’accesso alla realtà intermedia degli archetipi. È un’estetica della Quarta Dimensione ad affacciarsi ne Le porte regali, saggio di teologia e grandiosa sintesi di Oriente e Occidente, in cui il divino si rende manifesto attraverso il medium dell’immagine, ma soprattutto in Iconologia. Le immagini si rivelano tanto creatrici quanto la parola stessa e invitano a operare una vera e propria fuoriuscita dal tempo lineare, in una dimensione non tanto ciclica ma sferica, nella quale l’eterno si schiude in ogni istante, irrorandolo di luce nuova. Un “realismo superiore” in cui passato, presente e futuro cessano di essere antitetici, e il cosmo appare come una trama di relazioni. «“La viva luce delle stelle” è il seme, è l’aspetto, la specie o l’idea trasferita dalla terra al cielo» scrisse Florenskij ne Il significato dell’idealismo. «Le idee sono i “semi delle forze della natura”, “le stelle spirituali”». È sempre incredibile leggere pagine di questo tipo, specie pensando al contesto che le produsse. È come se la pressione esercitata dalla storia avesse finito per produrre una sublimazione della storia stessa… come se, per utilizzare una metafora alchemica, dall’Opera al Nero del Novecento fosse emersa una singolarissima albedo, fatta di pensatori e uomini liberi, incapace di farsi Opera al Rosso poiché falcidiata dalle necessità della Storia – nonché, il più delle volte, dagli sbirri al soldo di ideologie cainite. Nel 1922, dalla Russia salpò la cosiddetta “nave dei filosofi”, che condusse in esilio perenne gli intellettuali non allineati alle nuove direttive del governo sovietico, intenzionato a operare in assenza di testimoni. Presero commiato dalla madrepatria intellettuali come Berdjaev e Bulgàkov (il cosmista, Sergej, da non confondere con quello, più famoso, de Il Maestro e Margherita). Ebbene, Florenskij decise di rimanere dov’era – da patriota, preferì subire una sorte avversa nel proprio Paese piuttosto che godere dei benefici quale esule, ma anche, come scrive Luca Negri nel suo libro del 2013, per «rimanere vicino al suo popolo e alla comunità cristiana perseguitata dai vincitori». Dal 1928 in poi fu arrestato varie volte, con i più svariati capi d’accusa: aver partecipato a un complotto monarchico e controrivoluzionario finanziato dalla chiesa, aver sostenuto che la base matematica della relatività einsteiniana fornisce una prova cabalistica dell’esistenza di Dio… Deportato in Siberia orientale e poi trasferito nelle Solovki (dove comunque mise a frutto il suo genio, lavorando all’estrazione dello iodio), affrontò la sua Opera al Bianco in solitudine: fu processato nel novembre 1937 e giustiziato l’8 dicembre, nei pressi di Leningrado. Dichiarato martire e santo da un ramo nordamericano della chiesa ortodossa, la sua figura rimane un monumento della libertà oltre la barbarie. Le sue opere sono sopravvissute ai carnefici, in attesa che qualcuno possa riprenderne i metodi, seguendone le serpentine, interrogandone gli arcani, ponendosi in ascolto di quelle “stelle spirituali” che orientarono la sua estetica dell’invisibile.