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Andrea Scarabelli

19 Novembre Nov 2018 24 giorni fa

Oswald Spengler: aurore e tramonti del Secolo Breve

«Il suo libro è inferiore alla critica. Né io mi darò la briga di discuterlo e confutarlo. C’è di meglio da fare»: bastarono le altezzose parole di Benedetto Croce a ritardare di decenni la traduzione italiana de Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, uscito esattamente un secolo fa, in sincrono col naufragio della Belle Époque nelle tempeste d’acciaio della Prima guerra mondiale. Un anniversario sistematicamente ignorato, ha scritto Ernesto Galli della Loggia («Corriere della Sera», 16 novembre 2018), offuscato forse dal sinistro timore che la catastrofe del nuovo millennio, ormai sotto gli occhi di tutti, sia esattamente quella anticipata nelle pagine di uno dei capolavori della cosiddetta Kulturcrisis. Un silenzio non assoluto, tuttavia: oltre al suo saggio uscito sul nuovo numero di «Vita e Pensiero», tra le iniziative dedicate al capolavoro spengleriano va segnalato il convegno Aurore e tramonti del secolo breve, che si terrà all’Università degli Studi di Milano il 20 novembre. Organizzata dalla rivista Antarès, da l’Intellettuale Dissidente e dall’AISBE (Accademia Internazionale di Scienza della Bellezza), la giornata di studi ospiterà dieci relatori, che stileranno un bilancio critico del Tramonto. Un libro la cui portata era e resta rivoluzionaria, con l’idea di una «rivoluzione copernicana della storiografia» allergica all’eurocentrismo (tutto «tolemaico») di chi vede nella modernità l’apice dell’evoluzione umana, ragionando secondo l’algida scansione antichità-medioevo-età moderna, con il «paesaggio dell’Europa occidentale» che, secondo Spengler, «va a costituire il polo immobile […] intorno al quale millenni di storia più possente graviterebbero». Secondo quest’antiquata visione del mondo la complessità della storia universale viene azzerata in una linea progressiva che punta dritta al migliore dei mondi possibili – il nostro, tanto per cambiare – il cui vangelo è un razzismo storiografico senza pari, esercitato in nome di valori come «la sovranità della ragione, l’umanitarismo, la felicità dei più, l’evoluzione economica, l’illuminismo, la libertà dei popoli, l’assoggettamento della natura, la pace mondiale». Ad onta di quanto sostenuto dagli alfieri del modernismo a tutti i costi, questi principi non sono assoluti, né si rifanno a presunti “diritti naturali” validi in ogni tempo e luogo, ma sono squisitamente occidentali – anzi, moderni. Basta metterli tra parentesi per vedere apparire un’immagine del mondo ben diversa: «Invece della squallida immagine di una storia mondiale lineare» tuona Spengler nel suo trattato di morfologia della storia, «io vedo una molteplicità di civiltà possenti, scaturite con una forza elementare dal grembo di un loro paesaggio materno». Ognuna imprime la propria forma all’umanità, ha un suo modo di vedere e sentire, pensare e percepire. Ognuna possiede una sua matematica e una sua cosmologia, una sua politica e una sua scienza, irriducibili le une alle altre. Una volta che le civiltà dicono tutto quel che hanno da dire, estrinsecando tutte le proprie possibilità, non resta loro che scomparire. Qui risiede il senso della storia: non nei dettami materialisti e idealisti, ma nella consapevolezza che ogni Kultur è un organismo vivente, una circonferenza i cui punti sono equidistanti dal centro, una forma organica provvista di una genesi, uno zenit e un nadir. «Un pensiero che non sappia abbracciare e mutare fin nel profondo la vita di un’epoca è meglio che non sia espresso». Basta leggere una manciata delle oltre millecinquecento pagine del trattato spengleriano per vedere applicato questo principio, un’urgenza epocale, l’idea che dietro ai fatti esibiti dalla storia vadano identificate linee di forza. Ecco «il grande compito del ventesimo secolo: mettere accuratamente in luce la struttura interna delle unità organiche, comprendere il valore espressivo degli eventi e individuare il linguaggio in essi riposto». In queste righe c’è tutto Il tramonto dell’Occidente, ricognizione multidisciplinare che spazia da politica e metafisica a numismatica e matematica, dal modo di fare la guerra a quello di fare la pace. Tutto traduce lo spirito del tempo, tutto è simbolo e canone di una civiltà. E non vi è nulla al di fuori della civiltà – anzi, delle civiltà, al plurale. Le quali, tra l’altro, nella loro evoluzione attraversano sempre le stesse fasi. Impossibile incasellarle in una storia universale unica, a una direzione: poiché ognuna è a sé stante, sarà meglio adottare una temporalità circolare – o, meglio, sferica, secondo la definizione di Giorgio Locchi. «Lo storico» scriverà anni dopo Ernst Jünger, «deve saper riconoscere le figure che si ripetono», interpretarle analogicamente, rintracciare nel divenire ciò che si ripresenta, di volta in volta, di epoca in epoca. Ma cosa ci dice questa ripetizione delle forme? Una sola cosa: l’ineluttabilità della fine. Al pari di organismi, come si diceva, le civiltà nascono, vivono e muoiono. Senza altra finalità. Pessimismo? Lasciamo sia Spengler a rispondere: «Chi lo intende così ha bisogno dunque della bugia pietosa, o del velo protettivo intessuto di ideali e di utopie, dinanzi allo spettacolo della realtà per esserne alfine liberato?». Non c’è niente da fare: una volta ripulita dai pregiudizi moderni (evoluzionismo, progressismo, umanitarismo e altre sciocchezze del genere), la storia si riduce a una lunga catena di aurore e tramonti. Ogni civiltà ha uno stadio ascendente e uno discendente, una Kultur e una Zivilisation (termini già impiegati, tra l’altro, da Thomas Mann), e «il tramonto dell’Occidente significa nulla di meno che il problema stesso della civilizzazione» scrive Spengler, prendendo di petto il problema. Ma cos’è una civilizzazione? Lo stadio ultimo, esteriore e artificiale della civiltà, il venir meno dello stile, della forza centripeta che lega i fenomeni alla forma, la fissità. Nata nel XIX secolo, la civilizzazione occidentale è «il cosmopolitismo in luogo della “patria”, il freddo senso pratico in luogo del rispetto verso quanto è stato tramandato, l’irreligiosità scientista come dissoluzione del precedente fervore religioso». Un eterno presente fanciullesco e al tempo stesso vecchio, formicolante e agonizzante, avulso dal passato e scandito dal «danaro come una grandezza astratta, inorganica, priva di ogni relazione col senso di una terra fertile». Nel segno della civilizzazione la terra pullula di metropoli in cui si prendono decisioni che coinvolgono poi il globo intero. Ad abitare questi luoghi, cosmopoliti e straccioni, sradicati e spregiudicati, è «un nuovo nomade, un parassita, il puro uomo pratico, intelligente, infecondo». Nelle metropoli i popoli vanno a morire, cedendo il passo a quelle masse cui Gustave Le Bon e Ortega y Gassett hanno dedicato analisi spietate. Civilizzazione è la quantità in luogo della qualità, l’atomismo sociale che scalza la comunità vivente: «A una civiltà appartiene la ginnastica, il torneo, l’agone, alla civilizzazione lo sport», modernissima variante del panem et circenses. Se la civiltà è rivolta verso l’interno, la sua fase terminale è invece imperialista, globalista: «La tendenza espansiva è una fatalità, qualcosa di demonico e mostruoso». È un’era che ha smantellato i sacrari delle antiche divinità per erigerne altri a nuovi dèi, altrettanto gelosi dei precedenti: «Il successore dei monaci gotici è l’inventore erudito, l’iniziato sacerdote della macchina. La “fede nella tecnica” diventa quasi una religione materialistica: la tecnica è eterna e immortale come Dio Padre, redime l’umanità come il Figlio, la illumina come lo Spirito Santo. Il suo adoratore è il filisteo del progresso dell’epoca moderna, da Lamettrie a Lenin». Lo stesso accade con il mito del lavoro, che da anatema di Adamo diviene nuovo vangelo ateo, trait d’union di comunismo e capitalismo che dissolve gli ordinamenti, livellando le frontiere in vista della Civilizzazione Globale, obnubilando tutto ciò che si oppone alla sua azione onnipervasiva – sia di natura sociale o religiosa, nazionale o addirittura sessuale. Nella civilizzazione il bisogno di sacro è soddisfatto dalle cosiddette seconde religiosità, «la mistificazione occultistica e teosofistica, la Christian Science americana, l’ipocrita buddhismo da salotto, lo spiritualismo divenuto un mestiere praticato»: un puerile sincretismo che vorrebbe colmare un vuoto interiore e che finisce fatalmente per riconfermarlo. L’ideologia stracciona di New Age e affini – che ha un discreto numero di grotteschi epigoni anche oggi – s’inscrive in questo stesso movimento, che prima nega il sacro e poi ne fa una grottesca parodia, come scrisse René Guénon negli anni Quaranta ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, altro capolavoro della Kulturcrisis. Ennesimo carattere della civilizzazione è il crollo demografico. Spengler ha sviluppato questo aspetto soprattutto in Anni decisivi: «L’abbondanza dei figli diventa fastidiosa e ridicola. È il sintomo più grave dell’egoismo degli uomini da grande città, atomi divenuti indipendenti. Un egoismo che è il contrario dell’istinto di sopravvivere nel sangue di discendenti, della cura inesauribile per loro, della durata del proprio nome». Tesi quanto mai profetiche – siamo nel 1918! – e di un’attualità sconcertante, che percorreranno una lunga strada, fino a giungere a Il sistema per uccidere i popoli di Guillaume Faye (recentemente ristampato da AGA), testo sulla globalizzazione etnocida che non a caso prende le mosse proprio da Spengler e dal concetto di civilizzazione, cui il pensatore francese sostituisce quello di Sistema, entità cancerosa acefala e sprovvista di un centro. Un tragico simbolo di quel che siamo diventati, se è vero che nel nostro Paese la natalità è in caduta libera almeno dal 2015, come ormai oggi sono costretti a riconoscere anche i più spregiudicati partigiani del sistema che ci sta uccidendo. Il destino descritto da Spengler è ineluttabile. Non vi si sfugge, impossibile tornare indietro, a epoche passate, secondo i dettami di conservatorismi fuori tempo massimo. La strada imboccata dall’Occidente nel XIX secolo dev’essere percorsa sino in fondo. Le convulsioni entro cui si agita il nostro tempo sono i vagiti di un’era nuova, ben differente dalla nostra, nella quale gli scenari muteranno in modo radicale: «Tutto ciò è il preludio grande e magnifico» vaticina Spengler, «di un’epoca con la quale la storia dell’uomo euro-occidentale si chiuderà definitivamente». Una consapevolezza che va assunta e metabolizzata, senza crearsi paradisi perduti nel passato o nel futuro, attraverso un realismo eroico molto prossimo all’amor fati nietzschiano: «Chi non comprende che questa fine è inevitabile, che si deve volere o questo o nulla, che si deve amare questo destino o disperare dell’avvenire, chi non sente la grandezza che sta anche in questa attività di possenti menti, in questa energia e disciplina di nature metalliche, in questa lotta condotta con i mezzi più freddi e astratti, chi indulge in nostalgie per lo stile della vita di tempi passati – costui deve rinunciare a capire la storia, a vivere la storia, a creare la storia». Non vi sono alternative: chi non comprenderà il proprio destino ne verrà travolto. L’alternativa, come sempre, è tra padroneggiare, incarnare e mettere in forma il declino di una civilizzazione oppure esserne travolti. Ducunt fata volentem, nolentem trahunt: così si chiude la cronaca spengleriana della fine di una civiltà – la nostra, per la precisione. Il monito rimane valido a un secolo dalla prima edizione de Il tramonto dell’Occidente, le cui profezie si sono avverate, nella loro totalità. E l’alternativa è sempre quella: resta solo da capire quale strada intenderemo percorrere, prima che si chiuda definitivamente il sipario.