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Andrea Scarabelli

21 Gennaio Gen 2019 21 gennaio 2019

Vienna, 21 gennaio 1945: intervista ad Argento («Spite Extreme Wing)

È il 21 gennaio 1945, sono circa le due del pomeriggio. Negli ultimi atti della più feroce tra le guerre civili, «in cui l’Europa commise suicidio» (Piero Buscaroli), Vienna subisce l’ennesimo bombardamento. Julius Evola si trova nella capitale austriaca, ha appena finito di pranzare e, mentre si scatena la tempesta di fuoco, decide di uscire di casa. In Schwarzenbergplatz una bomba gli cade accanto, sbalzandolo contro un palchetto di legno situato al centro della piazza (circostanza che, stando alla testimonianza di Placido Procesi, probabilmente gli salvò la vita). Si sveglia poche ore dopo, in ospedale. Stupefatto, si guarda intorno: la prima cosa che chiede è che fine abbia fatto il suo monocolo… Sul tragico “incidente viennese”, che gli causerà la paralisi agli arti inferiori, molti hanno scritto, molti hanno ipotizzato, molti – in buona o cattiva fede – hanno equivocato. Ne ha parlato Gianfranco de Turris nel suo Julius Evola. Un filosofo in guerra, giunto di recente alla sua terza edizione per Mursia (lo abbiamo intervistato sull’argomento proprio su questo blog) e dedicato a quelli che restano gli anni più enigmatici di Evola, che ne Il cammino del cinabro (1963) scriverà parole tanto sibilline quanto abissali a commento dei fatti di cui sopra. Le citiamo abbondantemente: «A dir vero, il fatto non fu privo di relazione con la norma, da me già da tempo seguita, di non schivare, anzi di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte. […] Ancor più mi ero attenuto a quella norma allora, presso al crollo di tutto un mondo e al senso preciso di quel che sarebbe seguito. Quel che mi accadde costituì tuttavia una risposta non facile ad interpretare». Poco più avanti aggiunge: «Ricordarmi perché l’avevo voluta, epperò coglierne il suo senso più profondo per l’insieme della mia esistenza: ecco l’unica cosa importante, assai più del “rimettermi”, a cui non ho dato nessuno speciale peso. […] Ma la nebbia a tale riguardo non si è ancora sfittita. Per intanto, mi sono adeguato con calma alla situazione, pensando umoristicamente talvolta che forse si tratta di dèi che han fatto pesare un po’ troppo la mano, nel mio scherzare con loro». La prima parte dell’estratto appena citato è contenuta nel libretto di un concept album uscito nel lontano 2004, Non Ducor, Duco, a firma Spite Extreme Wing. Un gruppo che si assegnò il compito archeofuturista di (ri)unire le punte più estreme del black metal e contenuti di tipo archetipico e simbolico, sintetizzando – virtuosamente, a parere di chi scrive – azione e contemplazione, storia e metastoria (anzi, trans-storia), Evola e d’Annunzio, Tradizione e Rivoluzione. E l’album in questione – le cui atmosfere variano sul tema Oswald Spengler e René Daumal, Rivolta contro il mondo moderno e Bhagavad-Gita – ne è la dimostrazione vivente. Ebbene, in Non Ducor, Duco le righe citate glossano il brano Decadenza (disponibile da anni su youtube), che musica idealmente quella passeggiata di settantatré anni fa. Meno nota è, tuttavia, l’esistenza di una sua seconda versione, che Argento, leader del gruppo, ha deciso di diffondere in rete proprio oggi, spiegandoci – dopo molti anni di silenzio dall’uscita di Ultra, ultimo magnifico lavoro di SEW – le ragioni di questa scelta. Il brano si trova nella sua interezza a quest’indirizzo: ne consigliamo l’ascolto durante la lettura, per attivare nessi e stimolare consonanze in sincrono tanto con le parole di Evola che verranno citate quanto con quelle dell’intervistato. Rileggendo, infine, il precedente estratto de Il cammino del cinabro. Cominciamo ora questa chiacchierata, chiedendo ad Argento la storia di Decadenza, nelle sue due versioni, ora entrambe disponibili in rete. Quando e dove fu registrata la versione di Non Ducor, Duco? E la successiva? Decadenza fu l’ultimo brano composto per Non Ducor, Duco. Ricordo con vividezza il momento della creazione: io e Azoth in un soggiorno stile Old America, due ampie vetrate, cielo terso e una luce obliqua pomeridiana di quelle che intensificano i colori senza mostrare troppo. Con noi una chitarra acustica e un sintetizzatore. Si parte con “variazioni su tema”, finché, dopo non so quanto, si cristallizza e si ripete lo stesso identico giro. Era lui, anzi era lei: la Decadenza, che a differenza della “crisi” non è una fase, ma un momento che è sempre. Registrammo poi il brano, insieme agli altri, nel 2003 a Forte Geremia, fortino militare ottocentesco sui monti liguri, da poco ristrutturato ma non ancora definitivamente trasformato in struttura ricettiva. Infine, in fase di missaggio, applicammo al piano un filtro analogico: ne uscirono dei rumori inattesi, come delle voci. Il fonico, che sapeva cosa musicasse il brano, smosso dal suo orgoglioso agnosticismo ci disse: «È psicofonia». L’anno successivo, in vista dell’edizione in vinile, chiesi all’amico e musicista Morgan B. (che di lì a poco avrebbe fondato un gruppo particolarmente significativo nel panorama italiano) di farne un remix. Morgan suonò nuovamente piano e synth, tolse i bombardamenti (troppo “didascalici”) della prima versione e sostituì la psicofonia, per un gioco serio di connessioni, con sample dallo Stalker di Tarkovskij. Risultato: non un remix, ma un rifacimento. Un brano che ho sempre reputato eccezionale, ma che in pochi hanno ascoltato – essendo l’edizione in vinile limitata a trecento copie. La domanda sorge spontanea: al di là della ricorrenza calendariale in sé, per quale motivo hai deciso di diffondere ora questo brano, dopo tanti anni di silenzio? Una serie di segni, alcuni presenti nell’ultimo «Studi Evoliani 2017» (2018, Arktos), mi ha suggerito una riproposta di Decadenza. Non scendo volutamente nel dettaglio bibliografico – non volendo deragliare nel “promozionale”. Diciamo appunto che una serie di segni mi ha suggerito oggi – in quest’epoca ancora uguale di quest’era ancora diversa, senza sostrato – di dedicare e “donare” il brano alla Fondazione J. Evola, facendolo caricare online e lasciandolo libero da supporto. Tengo però a precisare che anche questo è silenzio. Ripetere ciò che è già stato detto altrove, «cose degne di essere ricordate» (come si dice nel Polifilo), farlo spinto da nulla di egoico, da nulla che abbia un nome, trovo abbia la stessa connotazione positiva del silenzio. Devo dire che questo brano – è anche il parere di Gianfranco de Turris, presidente della Fondazione J. Evola, che l’ha ascoltato – restituisce appieno quei momenti, assieme al destino stesso di Evola, che in quelle ore si condensò, giungendo poi ad altri stati di aggregazione. Un’atmosfera ulteriormente potenziata nella sua seconda versione, dai toni siderali, metafisici ed ultraeuclidei… Morgan, l’autore del rifacimento, sapeva prendere molto sul serio certi compiti. Entrò nella sua clausura compositiva e ne uscì con il brano bell’e pronto. Io ascoltai direttamente la versione finale. Parli di «altri stati di aggregazione», e la locuzione mi piace molto. Ecco, penso che Morgan abbia sostituito la psicofonia con sample di Stalker proprio perché Stalker aggrega su un altro stato, dove il senso non si tiene in un quadrato semiotico o in un algoritmo. Scrisse Evola, in risposta a Rebora che gli proponeva l’opzione Lourdes per la guarigione: «Se una grazia dovessi chiedere, sarebbe piuttosto quella di capire il senso che, in sede di spirito, ha ciò che è accaduto – permanga la cosa o no; ancor più, di comprendere il perché del mio continuare a vivere. Ho già accennato che nell’accidente è stato come una risposta enigmatica al mio chiedere – attraverso l’espormi al pericolo – se alla mia vita terrena potesse essere posto un fine». Hai citato la lettera a Clemente Rebora del 14 maggio 1949: te ne leggo un’altra, diretta al suo amico Girolamo Comi, il 10 aprile 1948, un anno prima. Qui il filosofo parla dell’incidente nei termini di un «chiedere – nel senso di un metodico esporsi al pericolo – fino a che punto “si” desiderasse che rimanessi in un mondo privo di senso presso a una vita già vissuta in tutte le possibilità essenziali, e fino a che punto, invece, “si” volesse che andassi “oltre”. […] Non è avvenuta né l’una né l’altra cosa, bensì alcunché che chiamerei un cattivo scherzo, se non me lo vietasse la fede in un senso profondo che si cela in qualsiasi avvenimento, senso che non si lascia sempre decifrare quaggiù». Personalmente ho sempre trovato tutta questa faccenda una delle più misteriose della biografia evoliana, e insieme l’indice di una profondità abissale, sottratta al discorrere e all’argomentare… Come la vedi? È come un’immagine senza forma. Penso a quel momento e penso di conoscerlo, di riuscire a immaginarlo, ma non posso descriverlo. Sì, siamo fuori dal discorrere e dall’argomentare. Pensiamo di avere le parole, e con esse il tutto, mentre il tutto forse si cela in ciò che avanza. Per concludere: Non Ducor, Duco segue in molti suoi movimenti – i titoli non mentono… – Rivolta contro il mondo moderno. Qual è, secondo te, l’opera evoliana che ha maggiori consonanze con il progetto Spite Extreme Wing? Scegliere un’opera vorrebbe dire scegliere una fase, mentre la consonanza posso trovarla solo osservando l’arco complessivo: è da quel punto di vista che si possono cogliere le invarianze. Penso che in un certo qual modo valga anche per gli Spite Extreme Wing. La Decadenza non è una fase, ma un momento che è sempre.