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Andrea Pasini

8 Settembre Set 2017 16 giorni fa

Chiamandomi populista mi rendete orgoglioso

L'odierno scenario politico nostrano ci propone, da tempo immemore, uomini ascrivibili alla sinistra pronunciare concetti erronei con cui viene traviato l'elettorato. Troppi vocaboli sono inflazionati, lemmi utilizzati in maniera scorretta, stravolgendone il significato, fino a trarre in inganno le persone. Detto ciò la nostra classe politica, l'artefice di questa manipolazione, dimostra così di essere burattinaia del potere politicamente corretto, frutto anche dell'ignoranza culturale che la contraddistingue, senza dimenticare la sua disonestà intellettuale. Il termine che rappresenta al meglio questa distorsione politico-mediatica è populismo. Una delle definizioni più abusate all'interno della scena politica e mediatica nazionale. La parola populismo è diventata sinonimo d'infamia nel panorama delle tribune elettorali. Un'accusa più che un'affermazione. Marco Tarchi, in un'intervista di qualche mese fa a Il Giornale, dichiarava: "Populismo e sovranismo, pur presentandosi a volte in connessione, non sono la stessa cosa. Nel secondo c’è una componente di statalismo in genere assente nel primo. E il connubio non sempre paga". Un'importante precisazione. Continuiamo l'opera di chiarezza sul vero significato di questa parola. Il dizionario Treccani afferma che per populismo si intende un: "Movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizî del sec. 20° si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria (culminata nel 1881 con l'uccisione dello zar Alessandro II), un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, spec. dei contadini e dei servi della gleba e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale". Attenendosi al significato originario di questo termine, non vi troviamo assolutamente nulla di negativo o di condannabile, mentre quando oggi l'etichetta populista viene affibbiata a qualcuno parte la "condanna" del circo della politica. Un vero e proprio demagogo. Matteo Salvini, il leader della Lega Nord, è il bersaglio preferito di questo gioco da parte della sinistra immigrazionista. Il filosofo e linguista Avram Noam Chomsky ci dà la sua definizione di populismo: "Significa appellarsi alla popolazione". E che soprattutto "la popolazione dovrebbe essere partecipe e non spettatrice". Anche una figura discutibile e lontana anni luce dalle esigenze dell'uomo della strada, frutto delle aberrazioni del turbo-capitalismo e degli istituti di rating, come Emmanuel Macron, gioca sul filo del fuorigioco: "Populista è una parola con diverse accezioni. Se significa parlare al popolo allora, sì, non ho problemi a essere chiamato così. Se invece viene usata per definire chi lusinga i popoli, ovvero chi è demagogo, non è il mio caso". Accarezzano la plebe ed invocano privilegi che non arriveranno mai. "Se non hanno più pane, che mangino brioche", frase generalmente attribuita a Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena, ma tratta dal Libro VI delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau. Locuzione che casca a pennello nella bocca del Presidente della Repubblica francese. Torniamo alla fonte, il populismo. Dunque se intendiamo parlare di una concezione politica vicina ai cittadini ed alla cosa pubblica, capace di mettere al primo posto le necessità della popolazione, ben venga. Invece gli interessi attuali impongono di chinare il capo davanti ai poteri forti e alle élite dei privilegiati. Per contro il populismo può diventare qualcosa di vitale per l'Italia, l'Europa ed il mondo intero. Nello stivale lo stacco tra la casta e la cittadinanza è netto, una linea inequivocabilmente invadente che ostacola ogni possibilità di rivalsa e ci allontana dagli altri Paesi. Inesorabilmente, una deriva senza fine. Non parliamo solamente di economica, ma sopratutto di partecipazione in termini di democrazia. Tutto questo ci deve far ribollire il sangue. Ma come al solito le parole vengono usate a sproposito fino a travisarle. L'atteggiamento da spocchioso di chi detiene il vapore del sapere denota quanto la politica e l’informazione, collegate a doppio e saldo filo, seguano una moda diabolica trasformando ogni ragionamento in "buono" o "cattivo". L'intento è quello di mutare gli interessi della nazione in qualcosa di superfluo sull'altare della Grande Sostituzione, paventata da Renaud Camus. Perdiamo libertà di parola, alla faccia dell'articolo 21 della Costituzione, istante dopo istante. Concludo sottolineando che la maggioranza degli individui che si dedicano alla politica, nel nostro Paese, dimostrano una profonda incompetenza usando termini di cui non conoscono il significato. A questo punto mi dichiaro fiero di essere populista, perché sono stato, sono e sarò sempre al fianco del mio popolo. www.AndreaPasini.it www.IlGiornale.it