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Luigi Iannone

6 Settembre Set 2017 06 settembre 2017

Eredità a cani e gatti

La cronaca fornisce sempre molti spunti liminari alla follia e alla farsa. E taluni episodi, se non fossero riportati da tutti gli organi di stampa, andrebbero classificati nella categoria delle bufale già alla sola lettura dei titoli. Nonostante risulti difficile dare credito a simili notizie, la realtà irrompe però nel nostro quotidiano e ci sorprende. I fatti sono noti. Nel giro di 24ore, due persone hanno lasciato in eredità proprietà o denaro prima di ‘‘passare a miglior vita’’. In un ultimo slancio di bontà hanno pensato bene di donare invece che ignorare, di offrire piuttosto che fingere di non vedere. Nel primo caso, prima di esalare l’ultimo respiro per una grave malattia, un imprenditore veneto ha preso carta e penna e ha lasciato la sua azienda ai cinque dipendenti. Chiusa a metà luglio, dopo la sua morte, l’officina meccanica è stata ora riaperta dai destinatari del suo testamento. Sbalorditi, commossi e sorpresi da questo slancio che è insieme di generosità e di amore verso colleghi di lavoro che, nel frattempo, si sono sentiti, fratelli e figli per un gesto che li rende oltremodo responsabilizzati nella conduzione dell’impresa e ancor di più uniti in un possente vincolo comunitario. Nel secondo caso, una vedova newyorkese lascia – sempre grazie ad un testamento - 300mila dollari alla sua coppia di gatti. Scelta legittima che oramai fanno in tanti, convinti della necessità di dedicare il loro ultimo pensiero, da abitanti di una terra che è insieme madre e matrigna, ai loro animali domestici. E dunque a cani, gatti, criceti, pappagalli. Scelta legittima, anzi, in qualche caso, obbligata quando soprattutto la compagnia degli animali diventa preferibile rispetto a quella di taluni nostri simili che di umano hanno ben poco. Quest’ultima considerazione non rimuove però l’inghippo di fondo e cioè che questa deriva si stia espandendo con ampiezza e celerità da far rabbrividire. C’è infatti in tali scelte qualcosa di patologico. Di tristemente inumano, seppur velato da un gesto solidale e dignitoso verso un animale. Perché, siamo certi, che questi benefattori di animali da compagnia abbiano incontrato lungo i loro percorsi di vita famiglie povere, ragazzi indigenti, madri bisognose, padri umiliati, e visitato orfanotrofi oppure frequentato luoghi di sofferenza e corsie d’ospedale dove dolore e morte si confondono fino a diventare un unico magma di tristezza e di disperazione. E siano altrettanto consapevoli che da ‘umani’ non possiamo che mettere sempre in ordine le priorità e le scale di valori, anche quando non vorremmo. Le nostre scelte, pur indirizzate dal libero arbitrio, dovrebbero tener conto del fatto che la nostra permanenza sulla terra debba essere segnata in primo luogo da rapporti di comunione con la nostra specie. E poi dal rispetto e dall’amore verso le altre. Confondere o avvicendare le priorità rende, a lungo termine, la vita falsa e inumana. Non bestiale, ma sicuramente poco umana.