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Luigi Iannone

19 Aprile Apr 2017 19 aprile 2017

Gli echi di guerra

Gli echi di guerra che in queste settimane rendono per molti cittadini addirittura fascinose le ipotesi di scontri armati tra civiltà, nazioni, potenze imperiali e religioni rappresentano una carnevalata da brivido. Lo dico non perché preferisca le paludi della non-decisione e del compromesso al ribasso ma perché il disincanto asettico che leggo in molti commenti internettiani e pure in talune approssimative disamine giornalistiche ha poco o nulla della dirompente potenza emotiva delle antiche ‘’tempeste d’acciaio’’. Quelle furono tragiche, sommersero di inutili cadaveri l’intera Europa, ma ebbero dei complessi scenari culturali e ideologici che le sostenevano. Ciò non ne riduce le colpe ma almeno ne fa comprendere talune motivazioni. Ora invece questa condivisa isteria per guerre che porterebbero a disastri senza rimedio è fiacca dal punto di vista teorico e pratico. Eppure, dobbiamo tener conto di questa ennesima schizofrenia. Di fronte a coreani che minacciano di usare l’atomica, ai Trump che vanno loro dietro come scolaretti cui è stata rubata la merenda, ai Putin che utilizzano i pur innegabili talenti in tema di scaltrezza e perciò tralasciano ogni ipotesi diplomatica, alla Siria e agli Assad, all’Isis e ai flussi migratori, all’informazione globale che tritura notizie vere con la stessa intensità e velocità con la quale spande quelle false  ...insomma, di fronte a tutto ciò, l’offesa militare appare per molti l’unico terreno praticabile. Solo qualche anno fa l’avremmo definita ‘’ follia generalizzata’’ mentre ora quote consistenti di classe dirigente e cittadini sarebbero pronte allo scannamento totale, magari partendo da motivazioni bislacche come il misurare la vicinanza (sentimentale, politica, ideologica) agli uni e la distanza dagli altri. Insomma, istigando guerrafondai per ripicca, per rappresaglia, per difendere ecumenici valori di moralità e democrazia declinati però sempre secondo autonomi codici interpretativi. In realtà, attraversiamo una simile fase perché siamo assuefatti al conformismo ideologico e perciò privi di qualunque comprensione che vada oltre il contingente. Qui c’è poco delle ‘’tempeste d’acciaio’’ e molto ‘‘denaro sonante’’. Ci teniamo ancora a mostrare sussulti di virilità perché da decenni la nostra società è castrata di strategie e valori fondanti; e dunque in preda agli spasmi dell’uno e dell’altro dittatore, dell’uno o dell’altro presidente democraticamente eletto. Pronti a sostenere e plaudire la vittoria di una Le Pen, di un populista, di una post-comunista o peggio di un tecnocrate di vecchia scuola perché in definitiva sentiamo la necessità di aggrapparci ad un’ultima e bugiarda incarnazione di autorità e potenza. Questo orgoglio esterofilo che ci fa rincorrere i leader stranieri e talune loro bizzarre tesi nasconde infatti l’inadeguatezza nel caricarsi del dolore del proprio tempo e nel prospettare il futuro. Il continuo andar dietro ogni seppur minimo sussulto esterofilo è dimostrazione plastica del nostro ‘’non esserci’’ nel mondo. Come su una nave sballottata dalle onde, una volta ci rinserriamo dalle parti della prua e un’altra a poppa, ma senza che destino e direzione della nave solletichino il nostro minimo interesse. Se tuttavia la libertà la confondiamo con il nostro continuo rotolare da prua a poppa, come correlata conseguenza non può che esservi il fatto che un giorno reclamiamo a gran voce l’utilizzo di missili di grossa portata e l’altro ancora che siano destituiti tutti i tiranni del mondo.