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Luigi Iannone

4 Dicembre Dic 2017 10 giorni fa

Mussolini era solo mio nonno

Da questa estate la solfa dell’antifascismo militante è ritornata a farsi sentire con un certo stordente accanimento e una perentorietà di principi nella logica solita di un asfittico manicheismo: il Bene da una parte (la loro) e il Male (quello ‘assoluto’) dall’altro. Eppure, in tanti stanno cadendo in questa trappola, nonostante le esperienze passate avrebbero dovuto plasmarci e renderci immuni dal vacuo dibattito finto-ideologico. In questo calderone mediatico in cui, un giorno sì e l’altro pure, ci si occupa di ragazzotti in bomber e teste rasate che irrompono in una riunione privata, di una bandiera posta al muro di una caserma dei carabinieri (bandiera neonazista? o magari una Reichskriegsflagge? oppure ancora vessillo guglielmino-bismarckiano?) anche i più avveduti fanno una figura da pivellini. Perché sono tutti lì, a rimestare nel torbido, senza che nessuno abbia il coraggio di dire che a pagarne le conseguenze dovrà essere il singolo carabiniere, il singolo naziskin, e che perciò sarebbe più utile, per tutti, di occuparsi di vicende tremendamente più serie. I teatranti della politica e del giornalismo, al contrario, sguazzano in questo putridume e sono capaci di riproporci con inaudita attualità la trita e ritrita vicenda del ‘fascismo prossimo venturo’, del pericolo del radicalismo di destra, del nascente neonazismo. A questo fronte patologico bisognerebbe rispondere scegliendo solo due strade: 1) mettere in piedi un serio dibattito pubblico sul Ventennio, a fronte di studi storiografici oramai variegati e esaurienti; 2) sorridere con sarcasmo e non partecipare ad alcuna diatriba televisiva di basso spessore culturale, offensiva per i partecipanti e per chi assiste da telespettatore. E invece cosa accade? In un contesto irreale come quello appena citato, accade che la onorevole Alessandra Mussolini dichiari nell’anno domini 2017 (mese di dicembre): <<Mi sento perseguitata per il mio cognome>>. Tale dichiarazione ha avuto però un corredo di giustificazioni. Si è detta, la parlamentare, non più disposta a sostenere inutili e disturbanti dibattiti televisivi su questioni obsolete. Le avevamo creduto, sbagliando. Il giorno dopo era già in una nota trasmissione domenicale de La7, a commentare la vicenda dei naziskin che irrompono nella riunione privata, e da lì, una volta che le pressioni e le domande dei suoi interlocutori si facevano più pressanti, a districarsi tra i gangli di un confronto surreale ribadendo che ‘’la sua’’ è sempre e solo una difesa del nonno. Un fatto di famiglia insomma, una difesa di un parente come può capitare ad ognuno di noi. Tiene infatti a ribadire che quando va a Predappio a pregare sulla tomba del nonno e degli altri parenti non pensa alle contaminazioni di carattere politico. Si reca in quel posto come facciamo tutti noi il 2 novembre quando recitiamo qualche preghiera sulla tomba dei defunti. Sentimento comprensibile e legittimo sul piano personale, probabilmente genuino e intriso di umanità. Resta però la questione di fondo: la signora Alessandra è in Parlamento perché suo nonno si chiamava Mussolini Benito e non Pinco Pallo o Gennarino Esposito.       Quando poco più che ragazzo passavo intere nottate (che diventavano settimane) ad attaccare fino all’alba manifesti col quel cognome in caratteri cubitali e ‘Alessandra’ talmente piccolo che neanche i microscopi della Nasa sarebbero riusciti a percepirne le prime lettere, lo facevo per Mussolini (Benito) e non per ‘un nonno’ di una graziosa, intelligente e bella signorina. E lo facevo per quello slogan (‘Il ritorno di fiamma’) che era tutto un programma di liberazione e di rinascita per un mondo di reietti tenuti fuori dall’arco costituzionale e non solo. Non pensavo a dittature, colpi di Stato, marce su Roma e cose simili ma ad una possibile rivoluzione conservatrice. Capisco i tormenti, le pressioni, gli attacchi subiti dalla sua famiglia nei decenni successivi ma quando ormai tutto è storicizzato, e nessuno crede più che possa ritornare il fascismo tranne coloro i quali aizzano gli italiani in maniera strumentale paventando futuri scenari plumbei, …ecco che, proprio allora, bisognerebbe liberarsi dalla zavorra ed avere coraggio. Proprio allora, sia in dibattiti pubblici che in situazioni similari, essendo il fascismo un fatto storico (e storicizzato), bisognerebbe essere temerari e scegliere, tra le tante, solo due opzioni: o sostenere un’articolata analisi sull’intero fenomeno, o evitare di andare in pellegrinaggio per talk show confessando che lo si fa per difendere la memoria di un parente stretto e quindi rinunciando al contraddittorio. Tutto qui. Alla fine, rimane l’amaro in bocca e una disillusione mista a rabbia. Due decenni di vita personale e collettiva dove poco o nulla è cambiato e che lasciano in eredità ammonimenti e tirate moralistiche da Fiano e compagnia cantando, come se si vivesse negli anni Settanta. Una ritorno al passato, senza dubbio. Al passato più buio e sterile. Ma non più ‘un ritorno di fiamma’, cara Alessandra.