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Luigi Iannone

21 Marzo Mar 2017 21 marzo 2017

Quando c'era Berlinguer

Confesso che mi è scesa più di una lacrima guardando “Quando c'era Berlinguer”, il film-documentario realizzato da Walter Veltroni e andato in onda qualche giorno fa su un canale televisivo. Lo avevo già visto e credevo che una seconda visione mi avrebbe risparmiato ennesimi scoramenti e pari quantità di lacrime; e premetto, a scanso di equivoci, che non sto utilizzando figure retoriche o altri sotterfugi lessicali. Ho davvero pianto. Credevo di essere immune da certi patimenti visto anche il livello di cinismo fattomi accumulare dalla moderna malapianta politica ma sono stato colto lo stesso di sorpresa da questo che è evidentemente un mio demone interiore. Chi conosce la biografia di Veltroni e chi ha avuto modo di seguire anche nelle più intense campagne elettorali il modo in cui languidamente dispiega la sua oratoria sa che come pochi riesce a smuovere all’unisono le corde più melense del sentimento e della nostalgia. Parla di riforme, di modernità, di futuro, ma alla fine ti ritrovi sempre in braccio a Kennedy o robe simili. Insomma, chi è tarato al veltronismo e alle forme sinuose ma risolute dell’egemonia culturale, è consapevole di assistere ad una lunga nenia da cui uscirà spossato. Eppure, nonostante avessi coscienza di tutto ciò, sono stato colto di sorpresa. Pur non avendo fatto accenno alla fine di una ideologia fallita sotto ogni punto di vista, alle feroci lotte interne al Pci, ai rubli sonanti che puntualmente arrivavano da Mosca e quindi da uno Stato nemico mentre al contempo in Italia si gridava alla ‘questione morale’, quel documentario mi ha ugualmente commosso. Fatto dunque salvo lo strabismo tipico di quella cultura politica di cui Veltroni ne è versione edulcorata, inconsciamente mi è riaffiorata alla mente e nel cuore cosa significasse far militanza politica nei decenni passati, quando non si difendevano melliflui programmi elettorali ma visioni della società e del mondo. Nel mio profondo c’era forse il bisogno di ritrovarmi solo, per qualche minuto, insieme ai demoni della mia coscienza e a tanta gente comune che credeva nel ‘mito capacitante’ della Politica. Anche se non era la mia gente e la mia comunità. Sentivo il bisogno  di fare ancora una volta miei quei volti e quelle mani incallite dalle fatiche nei campi e nelle fabbriche. Uomini e donne di tutte le età che, pur essendo poco abili nella lettura sofisticata, brandivano il giornale di partito come un vecchio vessillo. Perché, una volta, Il Secolo, L’Unità, Il Popolo o L’Avanti erano una sorta di divisa. Metterlo nella tasca posteriore dei pantaloni o in quella laterale della giacca comunicava non solo una appartenenza partitica ma l’adesione ad un progetto di vita; significava esibire in pubblico la propria carta d’identità e ostentarla con fierezza. Ho rivisto in quel funerale i volti di tanti connazionali che riuscivano a tenere insieme fede laica e religiosa senza che questo suscitasse scalpore. Magari a messa la domenica e poi, il resto della settimana, in sezione, confidando in Dio e nel partito. Certo, vi erano anche i trinariciuti, gli ottusi dirigenti di partito che Veltroni puntualmente fa intervenire nel documentario con brevi interviste ma che alla fine risultano estranei ed insignificanti; anzi, con l’unico inconsapevole scopo di far accrescere ancor di più l’attesa di quei fotogrammi relativi alla marea oceanica. Brandelli di nomenkletura quasi estranei al corpo stesso del documentario e infatti spazzati via dai brevi attimi in cui vengono riproposte le confessioni di un operaio di Genova e dell’autista di Berlinguer, persone comuni che la Storia aveva investito di un ruolo cruciale: essere al fianco del leader il giorno della sua morte. Perché il documentario è tutto lì, in quei volti comuni, in quell’oceano di bandiere rosse, nei pianti e nei pugni chiusi di una fede limpida e di una militanza spuria da ogni ricatto. In quello strazio collettivo di figli diventati orfani di un padre non solo politico. Confesso che ho pianto perché in quei pugni chiusi, in quel supplizio collettivo, ho rivisto anche l’altra sponda dell’Italia, quella missina. Fuori dall’arco costituzionale e ristretta in una ridotta. Sempre nel ghetto perché come recitava il famoso slogan (“Fascisti carogne tornate nelle fogne’’) aveva un ruolo politico prestabilito segnato dalla irrilevanza. Ho immaginato gli anni giovanili di mio padre, dei suoi amici come Renato che ha dedicato la vita al Partito e tra i pochi ad essere rimasto sulle ‘postazioni perdute’. Attraverso i volti di quei comunisti ho perciò intravisto anche parte del mio passato, minuscolo, insignificante rispetto a tutto ciò, ma evidentemente ricco di significati se mi ha segnato così a fondo. Confesso di aver pianto perché quell’universo non è più riproponibile, e non sarebbe neanche utile, intelligente e redditizio farne delle cattive copie. Eppure mi manca tanto. E manca tanto all’Italia. Non avrebbe senso tornare nelle fogne come sarebbe sciocco inneggiare a Baffone ma quel particolare Spirito dei tempi manca a tanti.