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Augusto Bassi

16 Settembre Set 2018 6 giorni fa

Flessibili con il lavoro degli altri

La redazione di Repubblica è in stato di agitazione e minaccia cinque giorni di sciopero. Le ragioni? Possiamo immaginarle. Carenza di flessibilità, condivisione e creatività da parte dell'azienda. Gli smart worker di Calabresi non sognano più il posto fisso, come fanno i populisti. Pretendono soltanto di avere accesso a postazioni lavorative easy & free. Insofferenti alle paturnie sindacali, vivono nell'era degli skype meeting, della flessibilità win-win. Non sono legati al salario come volgari Cipputi, ma si vedono piuttosto come incubatori di idee, intenzionati a performare a vantaggio della propria stessa crescita umana. Perfettamente allineati a un sondaggio di Monster Italia, di cui Repubblica dava appunto gloriosa testimonianza solo pochi mesi fa: «Non è vero che il posto fisso sia la prima aspirazione di chi cerca o vuole cambiare lavoro in Italia. Realizzare le proprie aspirazioni in ambito professionale è l’aspetto più importante di chi è a caccia non di un posto, ma di un lavoro. Due persone su tre, più che al posto fisso sembrano guardare al lavoro giusto, quello che meglio si adatta alla propria personalità e in fondo ai propri sogni. La maggioranza dei partecipanti, il 52,93%, ha dichiarato di ritenere “la realizzazione delle aspirazioni” il risultato essenziale di una professione veramente totalizzante».   Giornalisti che hanno scelto il sogno, dunque. Gratificati già solo dal privilegio di poter essere testimoni dei tempi da un osservatorio così privilegiato. Avanguardisti del servizio, che hanno superato da tempo i concetti tradizionali di spazio e orario d'impiego. Professionisti che si sono autoimposti autonomia e responsabilità. Voci autorevoli coraggiosamente al fianco dell'Ocse nel bacchettare il nostro Paese perché incapace di ridurre il costo del lavoro, le rigidità; una nazione abitata da stipendiati aggrappati a rassicurazioni codine come la paga sicura. Con Christine Lagarde hanno sempre creduto fermamente nella competitività e nell'innovazione, decisi ad affrontare le riforme strutturali necessarie per vincere la sfida globale. Incuranti delle piccinerie domestiche, delle beghe di cortile, hanno sempre ragionato a livello mondo, facendosi scivolare sugli stivali la polvere delle affermazioni pentaleghiste. Intimamente orgogliosi che il proprio presidente onorario, l'ingegner De Benedetti, avesse suggerito a Matteo Renzi l'illuminante Jobs Act, poi naufragato per meschine resistenze demagogiche. Pronti a fare sacrifici per l'azienda, perché l'economia può ripartire soltanto da un processo di modernizzazione. Ma capaci anche di rimettersi in gioco all'estero, di raccogliere nuove sfide, nell'inopinato caso in cui l'azienda stessa non corrispondesse più alle aspettative. Immagino dunque che lo stato di agitazione vada interpretato come pungolo progressista, come appassionato incoraggiamento affinché gli azionisti del Gruppo editoriale si decidano finalmente a guardare in faccia il progresso. Il lavoro oggidì può e deve essere agile, eclettico, da remoto. Anche da molto remoto. Lo pretendono i mercati, ce lo chiede l'Europa. E loro non hanno mai smesso di ricordarcelo. Leggiamo allora il comunicato ufficiale:     Dopo i tagli adottati negli ultimi dieci anni, il Gruppo Gedi, editore di Repubblica, ha prospettato ulteriori, pesanti interventi sul costo del lavoro giornalistico. La redazione ha respinto all'unanimità la proposta dell'azienda e ribadito l'indisponibilità a confrontarsi, in questi termini, sul futuro del quotidiano. E ha invitato gli azionisti a farsi carico di criticità che non possono essere addebitate al corpo redazionale, ma a scelte manageriali, di marketing ed editoriali. Nel momento in cui Repubblica è sotto attacco da parte della maggioranza di governo, i giornalisti esigono dall'azienda che si mettano in campo tutti gli strumenti e i comportamenti necessari per difendere il giornale, per proteggerne l'autorevolezza e la libertà, per tutelare la comunità dei lettori. Allo scopo di preservare la qualità e il ruolo di Repubblica come garante del tessuto democratico del Paese, i giornalisti hanno dichiarato lo stato di agitazione, con il blocco contestuale di ogni nuova iniziativa editoriale, e hanno affidato al Comitato di redazione un pacchetto di cinque giorni di sciopero e la valutazione sull'uso di altre forme di lotta. Al Cdr è stato inoltre dato mandato di ottenere dall'azienda un piano industriale dettagliato, accompagnato dalle specifiche sui conti del gruppo e sull'analitica distribuzione di costi e ricavi. E di chiedere alla direzione di Repubblica se ritenga questi ulteriori tagli compatibili con la qualità del prodotto in tutte le sue declinazioni, cartacee e digitali. Il Comitato di Redazione di Repubblica       Ma come?!? Dev'essere una fake news.