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Augusto Bassi

9 Gennaio Gen 2019 09 gennaio 2019

I tagli di Fontana

Nella controversia fra Ivo Caizzi, inviato del Corriere della Sera a Bruxelles, e Luciano Fontana, abbracciamo un 2019 in lacerante continuità con i due anni precedenti. L’ostentata pretesa da parte del direttore di «raccontare l'intero percorso con oggettività»… riporta a galla il tanfo di escrementi mai sommersi. Caizzi - pur con qualche ingenuità formale - ha squarciato la tela monocroma di questa oggettività con un taglio verticale, o se vogliamo penetrare in uno spazialismo più vivido, meno rarefatto, ha infilato un robusto dito nel culo all’istituzione quotidiana per cui lavora. Personalmente, non dovendo rivolgermi a un Comitato di redazione, con maggiore libertà posso ribadire che la sedicente “informazione oggettiva” è l’ultimo rifugio delle canaglie.     In un taglio alto come «Deficit, pronta la procedura UE» è talmente manifesto, palpabile, aulente, il wishful thinking editoriale, da rendere ogni difesa a posteriori patetica, puerile. Inutile per Fontana - come per i più spesso citati colleghi "equanimi", "imparziali" – camuffarsi con la bautta dell’incorruttibile ambasciatore del vero: la fisionomia del sovvertitore salariato, viscido e codino è lì da vedere. Come le prime pagine del suo giornale. I riferimenti di Caizzi all’autorevolezza del Corriere, poi - «simbolo italiano dell’informazione indipendente e di qualità» - vibrano ancora nell’aria come pernacchie di ironia, mentre profondamente rivelatori sono gli ossessivi rimandi alla “credibilità” con cui il quotidiano di via Solferino è solito strattonare l’aborrito esecutivo. La parola “credibilità” – che lascerò tra virgolette perché nessuno ha mai illustrato che cosa significhi - è sempre stata rimestata come sostanza capace di mettere in contatto lo scuroveggente di turno con entità ineffabili, inflessibili, infallibili.   Federico Fubini quando parla e scrive di “credibilità dell’Italia in Europa” ricorda gli indovini Mambila mentre interpretano la dialettica fra sassolini e granchi d’acqua dolce, ma non è certo il solo. Mentre Beppe Severgnini ospita tuttora fra i suoi Italians un’accorata lettera dal titolo «Un’Italia che perde credibilità», il 6 giugno Massimo Franco pungolava con «Il dovere di essere credibili»; gli faceva eco Sergio Romano il 19 agosto con un rivoluzionario imperativo: «Ritrovare credibilità». Ma quali sono queste entità ineffabili, inflessibili, infallibili, verso cui noi inaffidabili sovranisti di governo siamo sempre in «deficit di credibilità»? Ce lo spiegava Antonella De Gregorio il 13 settembre: «L’Italia ripiomba nel ruolo di osservata speciale. Il commissario dell’Unione europea agli Affari economici Pierre Moscovici ha chiesto senza mezzi termini al governo di Roma un “bilancio credibile” per il prossimo anno, e l’impegno a continuare il processo di riforme». I commissari europei?!?! Incredibile!   Il 30 novembre Francesco Verderami si rivelava più avveduto della collega - intuendo come la capa quadra di Moscovici non potesse indossare il tocco da président à mortier su questioni di credibilità - e in groppa a un dettato purosangue si rifugiava dal maresciallissimo: «Più delle tensioni nella maggioranza, più delle trame delle opposizioni, il governo deve fronteggiare il più temibile degli avversari: il “generale Pil”. Che mina la credibilità della manovra. Lo indebolisce nella trattativa con l’Europa. E soprattutto incrina il suo rapporto con il Paese».   Il Corriere della Sera e tutta l’oggettività della credibilità, cui basta un dito per lasciare affiorare il vuoto che sta dietro e il nulla che sta innanzi.