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Augusto Bassi

27 Luglio Lug 2017 27 giorni fa

Putin e il giornalismo

Lo scorso giugno il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, si è confrontato in due occasioni con la giornalista statunitense Megyn Kelly; durante il St. Petersburg International Economic Forum 2017 e il 4 del mese come prestigioso ospite della prima puntata del Sunday Night With Megyn Kelly, prime-time show in onda sulla NBC. Per la quasi totalità dell’abboccamento la Kelly ha cercato di bezzicare l’interlocutore con le sospette interferenze del governo russo nelle elezioni americane che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca. Ma qui non è mia intenzione speculare sul Russiagate. Vorrei piuttosto registrare le memorabili lezioni di giornalismo date dal presidente russo alla commentatrice politica americana. Mi sono spesso interrogato sulla natura della mia professione, con particolare attenzione verso i suoi agenti, di cui osservo morfologia e comportamenti con approcci da entomologia applicata. Senza cadere nel trappolone del tacchino induttivista, senza quindi voler generalizzare le osservazioni all’intera categoria, posso tuttavia ritenermi in grado di delineare le opinioni politiche di un collega già da come si concia, si acconcia o dalla sua confidenza con il bagnoschiuma. Tutta la prosopopea sull’esercizio dell’oggettività - che è di per sé una teoria - e sulla sacralità dei fatti... si scorna con l’evidenza che già solo la scelta delle parole per raccontare un fatto è arbitrio, pura discrezionalità. L’assenza di esplicite opinioni personali - che a rigor di convenzione qualificano l’opinionista - significa nulla. Chi si sforza di non esprimere opinioni segue semplicemente la corrente dell’opinione autorizzata. E questa circostanza, pur essendo un fatto, dei fatti non è un buon corriere. Per chi invece con l'aperta interpretazione soggettiva pretende di tiranneggiare la verità...beh... : «Io credo che…», argomenta la ex voce di Fox News nello snodo finale del primo dibattito. «Lei crede…», risponde gelidamente sferzante Putin. «Senta, queste sono questioni molto serie di politica internazionale e voi “credete”. Qui non è come fare una semplice intervista o scrivere un articolo per un giornale». Ecco la pietra filosofale che lapida le velleitarie aspirazioni del conformismo di dominio. Ogni albagia soggettivista viene definitivamente spazzata via con l’eloquenza di una flatulenza: «Lei crede… ».         La spocchia moralizzatrice, tremante e demente, della Kelly, rappresenta l’impotenza investigativa di un’informazione cui sono già spuntate le corna della propaganda. La Kelly sa già come sono andate le cose; ma in realtà sa niente. «17 agenzie di intelligence americane, private e non legate ad alcun partito, nei loro rapporti hanno concluso che la Russia ha interferito nelle elezioni americane. Sono tutte in errore?» Domanda Megyn con tono da interrogazione retorica. «Lei ha letto i rapporti?», replica Putin. «Ho letto la versione non classificata», confessa Kelly. «Ha letto la versione resa pubblica, quindi il nulla. Io ho letto i rapporti. E in quei rapporti non c’è alcunché di concreto. Solo supposizioni e conclusioni basate su supposizione. Sa, se ci fosse qualcosa di concreto non ci sarebbe bisogno di una discussione. Come dicevano in un’organizzazione per cui lavoravo tempo fa: datemi i luoghi d’incontro, gli indirizzi e fatemi nomi e cognomi. Coraggio, dov’è tutto questo? Per quanto riguarda le fonti indipendenti: non c’è nulla di indipendente a questo mondo. E persino le ultime nomine dei vostri servizi di intelligence indicano che ci sono delle preferenze. Per questo è necessario interrompere questi futili pettegolezzi, che alimentano solo il tentativo di risolvere i problemi di politica interna utilizzando strumenti della politica estera. E’ dannoso. Danneggia le relazioni internazionali. L’economia. La sicurezza. La lotta al terrorismo. Nel mondo non ci sono molti Paesi che possano vantare un’autentica sovranità. La Russia è uno di questi e ci tiene molto». Applausi in sala. «Ma non è un giocattolo. La sovranità serve per difendere i propri interessi e per lo sviluppo del Paese». A questo punto osserverei un minuto di raccoglimento per l’Italia.         Malgrado la potenza di fuoco retorica dello statista, la petula insiste, puntando di nuovo l’indice sulla Russia, parlando di disinformazione, di manipolazione. Dapprima il mefistofelico Vladimiro usa il politicamente corretto contro il suo creatore, giocandosi da fuoriclasse la giudeofobia: «I problemi non sono i nostri. I problemi sono i vostri. Sono le vostre beghe interne. Ma se Trump ha saputo intercettare il suo elettorato, l’altra squadra ha fatto male i conti. Ammettere questo errore è difficile. Non hanno il coraggio di ammettere di non esserci arrivati, di non aver capito qualcosa. Appare dunque più semplice dire: “E’ tutta colpa dei russi che si sono intromessi nelle elezioni; sono loro i cattivi mentre noi siamo i buoni”. Mi ricorda l’antisemitismo. E’ tutta colpa degli ebrei. Uno è imbecille, non riesce a far nulla, ma è colpa degli ebrei. Noi sappiamo a cosa porta questo genere di mentalità e non porta a nulla di buono». Poi affronta il tema disinformazione: «Lei ha parlato di disinformazione. Quale disinformazione? Una delle informazioni diffuse da qualche hacker riguardava il fatto che i dirigenti della campagna di Hillary Clinton non si comportavano correttamente nei confronti degli altri candidati del partito democratico; ma quando questa informazione è diventata pubblica la dirigente del quartier generale ha di fatto ammesso che era tutto vero e ha dato le dimissioni. E’ forse disinformazione questa? Questa è vera informazione. E’ importante chi l’ha diffusa? Sarebbe stato il caso di chiedere scusa e invece che cos’hanno fatto? Hanno detto: “non siamo colpevoli, è colpa dei russi”. Che cosa c’entrano i russi? Ai russi che cosa interessava favorire un candidato democratico piuttosto di un altro? Non siamo stati noi. Sono stati loro, al loro interno. Smettetela». Ma l’espressione della Kelly, come il suo incedere argomentativo, restano plastificati. E procede nell’insinuare ipotetiche falsificazioni strategiche, fake news che il governo russo avrebbe diffuso dai bot su Twitter e altrove mirando agli elettori pro Trump. Le sue convinzioni sono state chirurgicamente sottoposte al lipofilling ideologico, sotto anestesia, per cui riempite di grasso deformante in maniera permanente.       La lectio magistralis che arriva a questo punto dal presidente russo è benedetta dal dio dei giornalisti, ma la stolidità della controparte resta imperturbabile; la sua forza sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai dubitare di sé. «Noi tutti dobbiamo prendere esempio dai giornalisti americani. Megyn ha dimostrato il massimo livello della sua professione. Le ho appena fatto l’esempio che non c’era alcuna disinformazione, e la prova sono le dimissioni del dirigente, l’ho appena detto. E di nuovo mi dice disinformazione. E allora ripeto anch’io: quale disinformazione?». Poi scende da cavallo per finire la ridicola resistenza dell’avversario, sottolineando come gli Stati Uniti, prima di preoccuparsi delle congetturate interferenze altrui, dovrebbero fare autocritica sulle proprie, manifeste: «Per quanto riguarda le intromissioni… guardi che cosa fanno i vostri colleghi qui da noi. Hanno messo i piedi nella nostra politica interna; si sono spaparanzati sulla nostra testa e masticano il chewing gum. Si divertono così». Fragorose risate in sala per questo squarcio di umorismo da guerra fredda. «E’ una sistematica, violenta, volgare e inaccettabile – anche dal punto di vista diplomatico – intromissione nei nostri affari interni che dura da molti anni. Finitela! Starete meglio voi quanto noi». Ovazione finale per il despota. Democraticamente eletto, adorato dalla sua gente, capace di infondere l’orgoglio dell’appartenenza nazionale, ma che nella testolina della stampa biondina, rimane un oppressore. Come Trump era rimasto un sessista.       Putin rosolerà ulteriormente la giornalista della Nbc nel faccia a faccia successivo, calcando la mano sulle spudorate ingerenze degli Usa: «Punti il dito a caso sulla carta geografica e ovunque troverà chi si lamenta delle interferenze americane nei processi politici locali. Ribadisco: noi non abbiamo esercitato alcuna interferenza. Ma se anche lo avessimo fatto, se chiunque altro lo avesse fatto, certo gli Stati Uniti non sarebbero nella posizione di offendersi. Voi interferite sempre, da sempre». «Questa suona come una giustificazione», replica la Kelly, sforzandosi di essere arguta. «No. Non suona come una giustificazione. Piuttosto come una mera constatazione di fatto». Ma lo zenit dell’intervista arriva quando Megyn, facendosi scudo con l’opinione pubblica americana, domanda al politico cosa intende replicare a chi ritiene che il suo sia un Paese corrotto, dove i giornalisti eccessivamente critici vengono assassinati, dove ogni opposizione viene repressa con brutalità. Il linguaggio non verbale di Vladimiro è ferino. Tira un profondo sospiro, indolenzisce ancor di più i muscoli e pasticcia con le fauci come il leopardo sull’albero al passaggio della turista da safari. Prima spiega con calma come il suo Paese si stia sviluppando in virtù di un patto democratico, dove le opposizioni hanno tutto il diritto di manifestare il loro punto di vista, anche contrario al governo, purché nel rispetto della legge. Quando la legge viene violata, l’ordine va ristabilito. Attirando l’attenzione dell’interlocutore su un fatto che lui stesso avevo discusso con i suoi colleghi europei poco prima, e cioè che mai le forze di polizia russe sono state costrette sotto il suo mandato a ristabilire l’ordine usando mezzi come manganelli o gas lacrimogeni, cosa che spesso si verifica in altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti. Quindi affonda l’artiglio: «A proposito di opposizione: ricordiamo per un attimo il movimento Occupy Wall Street: che fine ha fatto? E’ stato sbriciolato in tanti piccoli pezzi fino a farlo dissolvere. Ma io non vengo a chiederle come stanno le cose in fatto di democrazia in U.S. Specialmente da quando la legge elettorale è così lontana dall’essere perfetta. Che cosa vi fa invece ritenere di avere titolo per porre domande di questo tipo a noi? Che cosa vi fa ritenere di potere, in continuazione, moralizzarci e insegnarci a vivere? Noi siamo sempre pronti ad ascoltare i suggerimenti dei nostri partner, ma quando giungono in maniera amichevole al fine di stabilire un contatto e creare un’atmosfera comune di reciproco rispetto. Tutti devono sapere che questo è il nostro messaggio».     Il presidente conclude infine con una dichiarazione d’amore nei confronti della Russia, affermando con tatto di sentire un legame diretto con la sua terra, con la sua storia, con la sua nazione, ricordando il fratello maggiore, da lui mai incontrato, morto durante l’assedio di Leningrado con altre 400mila persone, perlopiù civili, vinte dagli stenti. «Non lo dimenticherò mai», sussurra Putin con sincero pudore. «Come non dimenticherò mai lo stato in cui questa nazione versava all’inizio degli anni 90. Tutti gli sforzi che abbiamo impiegato in questi lustri (l’elenco è lungo, ndr) per migliorare la situazione, oltre alla nostra grande storia e alla nostra grande cultura, rappresentano ciò che rende la maggior parte dei cittadini russi orgogliosi del loro Paese».     L’astrazione democraticista e libertaria, che si compiace di rendere primitivo l’amore viscerale e ricambiato di una cittadinanza per il proprio leader, che accusa questo stesso leader di autoritarismo, che ignora come la buona politica altro non sia se non la connessione sentimentale fra popolo e governanti, come ci insegnò Antonio Gramsci, diviene assolutista e liberticida nella pretesa di imporre il suo pensierino unico universalizzante, chirurgicamente impiantato e incarnato alla perfezione dalla Kelly. Relativista e tollerante al suo interno, nel più laido dei divide et impera, si fa ferocemente intollerante verso tutto ciò che sfugge al suo controllo. E la sovranità nazionale ne è l’esempio più fulgido. Naturalmente fra i salotti italiani molto bene la Kelly passa per coraggioso cane da guardia del potere quando è invece il barboncino toy di questo totalitarismo camuffato che è il globalismo. Putin non è una panacea, sia chiaro. Ma è un vaccino. Un vaccino efficace tanto contro l’apolide mondialista quanto contro il fondamentalismo islamista. E in quanto vaccino, ci sono molte mamme, uomini e donne, che ne hanno paura. Quelle per cui la Russia dovrebbe vergognarsi di avere uno come lui al potere e noi andar fieri di un Renzi come massima personalità politica. E non importa che il primo sia un lucidissimo reggente e l’altro un abborracciato millantatore, che il primo faccia gli interessi del suo popolo e l’altro i suoi e quelli della sua claque: ciò che conta è che un ex tenente colonnello del Kgb in uniforme a bordo di incrociatori atomici… alle mamme non piace quanto un ex capo sestiglia dei lupetti Pezzati che si fa immortalare con il giubbottino da Fonzarelli sulla copertina di Chi.