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Augusto Bassi

18 Giugno Giu 2017 11 giorni fa

Zucconi e i proiettili di ritorno

Da molti anni sono fedele ed entusiasta ascoltatore di Massimo Oldani, conduttore di Radio Capital; da non confondere con il più noto Davide Oldani, poiché gli chef sono oggi ciò che i dj erano ieri. La sua voce vellutata e la competenza non ostentata rendono il programma Vibe particolarmente gradevole, malgrado io non sia un fanatico di soul o rhythm and blues. Ciò detto, per giungere a Oldani spesso intercetto il TG Zero del magnifico direttore, Vittorio Zucconi. Zucconi è un uomo acuto, coltivato e a differenza di tanti predicatori del conformismo di regime, si prende spesso per il culo; in più ha una ghigna sorniona da volpone delle Ande sul Panaro. Tutto ciò parrebbe certificato di potabilità. In realtà, il suo incedere argomentativo, il suo procedere per interrogazioni retoriche che vanno sempre a masturbare la convinzione predeterminata, quel tono cacone e fintamente indulgente da cappellano laico intento a scovare la violazione pruriginosa, sono assimilabili a un riccio di mare nelle mutande. Ad affiancarlo nella trasmissione, c'è sempre un garrulo e untuoso buffone di cui ora non ricordo il nome.   Ebbene, l’altra sera ero in auto e ascoltavo Zucconi affrontare giornalisticamente e criticamente l’aggressione armata di James Hodgkinson, attivista pro Sanders che in Virginia ha ferito il deputato repubblicano Steve Scalise e altre quattro persone per poi essere abbattuto dalla polizia. Le ragioni politiche - che naturalmente sarebbero state cavalcate a briglia sciolta come in groppa alla più indomita delle giumente nel caso l’aggressore fosse stato un repubblicano e la vittima un democratico - lasciano tosto il posto alla profilazione dell’accaduto. Zucconi ci tiene infatti a precisare che nessun islamico era coinvolto. Anzi, con burbanza e orgoglio esclama: «Qui si tratta di terrorismo bianco». Ma come?!? Che bieca affermazione razzista! Siamo ancora a qualificare gesti e comportamenti sulla base del colore della pelle?!   Ma la radiofarsa zucconiana procede magnetizzando l’attenzione dell’ascoltatore sulla vera causa di questa ennesima tragedia: la sconsiderata diffusione delle armi d’assalto. In realtà oggi solo le automatiche vengono classificate come armi d’assalto, mentre pare che Hodgkinson si sia servito di un fucile semiautomatico, di quelli venduti anche ai nostri cacciatori di beccacce, ma non importa. Non diciamo che Scalise se l’è cercata perché in combutta con la National Rifle Association, affermiamo piuttosto con Zucconi che quelli esplosi ad Alexandria sono «proiettili di ritorno per i repubblicani». Straordinario! Ogni accadimento può essere riassorbito nel manicheismo idiota del pensierino ammodo. Sei repubblicano? Sei per i mitraglioni? Allora abbi la compiacenza di non lamentarti se un democratico pacifista ti sventaglia ad altezza testicoli!     In effetti il fuoco di saturazione si è rivelato a tal punto devastante che l’unico a lasciarci le penne, per ora, è stato l’assalitore. Forse con una semplice Beretta 98 fs, legalmente detenuta anche in Italia dalla mia mansueta famiglia, e più attenzione agli organi di mira da parte del rancoroso attentatore, Scalise sarebbe caduto morto al primo colpo. Zucconi però non ha dubbi: la diffusione di questi terrificanti ritrovati dell’industria della guerra è il «vulnus» autentico, parola che al Gruppo editoriale L’Espresso immagino venga offerta insieme ai buoni pasto per lo slow food. Vi era questa medesima ossessione nel periodo post Charlie Hebdo-Bataclan: «Siamo proprio noi ad armarli! Da dove credete che provengano quei fucili mitragliatori?». Poi i fondamentalisti hanno illustrato come sia l’esito, non il mezzo, il vero vulnus, usando armi d’assalto tipo autoarticolati, van, sport utility wagon e coltelli da cucina, ottenendo maggiori risultati, nell’eliminazione dei rivali politici/religiosi, rispetto a quel militarizzato minchione di Hodgkinson.     Il viscido approccio intellettuale di Zucconi esula tuttavia dall’angusta questione Scalise e trova la sua più esplicita centratura nel rapporto con i 5 Stelle. I grillini spesso si prestano al motteggio ed io stesso li ho più volte punzecchiati, ma la ponderata e meticolosa ciclicità con cui il TG Zero li discrimina come gruppo, somiglia a una segregazione culturale. Certo, venir segregati culturalmente dal TG Zero può essere cosa di cui menare vanto, ma parliamo pur sempre di un’emittente che fa del pluralismo, della passione democratica, del rispetto per l’altro, la sua esibita cifra ideologica. Ogni tanto la minoranza non utile viene fatta uscire, ma sempre con deposizioni selezionate per rimarcare la necessità del confino. Si dirà che i media progressisti, pur nelle loro legittime antipatie politiche, stanno comunque dalla parte dei deboli. Sono a favore delle unioni civili, delle donne, dei profughi, dei pensionati purché non italiani, degli extracomunitari, degli interisti; contro la guerra, la xenofobia, il populismo, la pena di morte, le parolacce. Certo; ma sono innanzitutto a favore dei deboli di spirito. Perché solo questi ultimi possono trasvolare sulle ciclopiche ipocrisie del sermone.     La più solare testimonianza di malafede esistenziale – o deficit cognitivo, scegliete voi - nel pensiero corretto autorizzato si era evidenziata nel caso Adinolfi dello scorso anno, che forse ricorderete. Il giornalista e politico Mario Adinolfi aveva commentato l’agghiacciante omicidio Varani rimarcando l’orizzonte gay dei carnefici, ignorato, a suo dire, dalla stampa benpensante. La segnalazione era, in quel caso, strumentale e verosimilmente irrilevante. Ciò precisato, i commenti a questa uscita – proprio sul sito web di Repubblica del quale Zucconi è stato direttore fino al 2015 - furono: «L’adipe ti ha dato al cervello, coglione!». «Ma che cosa vuoi sapere??? Sei più ignorante che grasso!». «Tanta ottusità in soli 250 chilogrammi!». «Fai schifo al cazzo obeso emmerda!!!». E altre decine di attacchi con argomentazioni ad hominem obesum.   Tutti insulti che - e qui si palesa la malafede o il deficit - sono certo si presupponevano dalla parte dei lumi e della tolleranza contro le barbarie del primitivo. A Giuliano Ferrara era spesso riservato lo stesso trattamento, almeno sino a quando si è mostrato estroversamente berlusconiano. Mentre Brunetta è definito senza alcuna pruderie un «nano malefico», «gnomo da parlamento», uno che dovrebbe «tornare sul seggiolone». I più carezzevoli, tipo Michele Serra, lo hanno tratteggiato come «personaggio di Tim Burton». Anche un bambino cicciottello o diversamente alto capisce che la discriminazione nei suoi confronti non è diversa da quella nei confronti del bambino nero, di quello islamico o di quello effeminato, eppure non c’è nessuno che autorizzi una rappresaglia verso chi lo vessa, benché egli non abbia più colpe o meriti nell’essere ciocciottello o piccoletto di quelle che ha l’amico nell’essere nero. Per cui resta l'impressione che la militante difesa di alcune categorie «deboli» sia solo un pretesto per brandire violenza autorizzata o meschinità interessata dietro il clipeo della civiltà. Mi auguro per lo zelo di tali militanti, fra i quali spiccano i dipendenti del Gruppo L’Espresso arrivati ad adoperare i bambini di colore per patrocinare lo ius soli, che in futuro questa violenza, in nome della civiltà, non si riveli un boomerang alla ricina. Ma forse basteranno i proiettili di ritorno (o magari i Suv) dell’integrazione multiculturale.