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Marco Valle

8 Aprile Apr 2019 11 giorni fa

Galeazzo Ciano, una vita sbagliata in un tempo crudele

Era il 1982 o il 1983. Poca conta. Ero a Roma con il barone Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse — deputato aristocratico e anticonformista di un partito popolano e spesso conformista — indugiando in piazza del Popolo. Ci sedemmo da Rosati dove ci attendeva Pino Romualdi, il “padre nobile” della Fiamma e, allora, presidente dell’acciaccato vascello “tricolore”. I due iniziarono a discutere sulle solite, estenuanti, tediossime questioni di bottega missine. Poi, all’improvviso, Romualdi s’interruppe. Si alzò in piedi e salutò con deferenza un’elegante anziana signora che, casualmente, si era seduta accanto a noi. Tom, a sua volta, si capriolò in un perfetto baciamano. Era Edda Mussolini. Seguirono convenevoli, battute, pettegolezzi. Solite cose. Alla fine presi coraggio e mi presentai cercando di simpatizzare. “Signora Mussolini” dissi. Una stupidaggine. La figlia del Duce si sfilò gli occhialoni scuri e mi raggelò con lo sguardo. “Sono la contessa Ciano, giovanotto...”. Gli occhi, grandi e penetranti, erano quelli del padre. Magnetici, fulminanti. Tristi. In quel lampo di malinconica fierezza c’era tanto. C’era tutto. C’era la figlia preferita di Benito, la moglie irrequieta di Galeazzo, la “stella” della Roma gaudente d’anteguerra, la crocerossina del fronte, la vedova del fucilato di Verona. C’era, innominato ma presente, il nonno che aveva fatto — obtorto collo — ammazzare il padre dei suoi nipoti. Tacqui e ascoltai i “vecchi”. In silenzio. Quel pomeriggio sui tavolini di Rosati aleggiava un sussurro importante, imperdibile, di Novecento italiano. Con Edda, una donna centrifugata dalla Storia. Un episodio ormai lontano su cui riflettevo — quante domande quel pomeriggio avrei potuto porre alla contessa.... — leggendo l’ultima fatica del professor Eugenio Di Rienzo, “Ciano” (Salerno editore, ppgg. 696, euro 34,00) una monumentale biografia dedicata proprio a Galeazzo, conte di Cortelazzo, il “generissimo di regime”. Si tratta di un lavoro importante, centrale. Per più motivi. Il docente romano — grande storico e intelligenza libera e scintillante — attraverso la parabola di Ciano ha ricostruito, forte di un meticoloso lavoro d’archivio, ragioni, velleità e prospettive della politica estera dell’Italia fascista tra il 1930 e il 1943. Un percorso inedito e, spesso sorprendente, certamente innovativo: Di Rienzo, a differenza di De Felice, ridimensiona la portata e la validità dei diari di Ciano e le memorie di Dino Grandi — due operazioni auto-assolutorie, zeppe di falsificazioni e contraddizioni — e incrociando con maestria le fonti smonta la leggenda di un Ciano antitedesco e frondista. Al netto delle bizze da dandy e dalla sua immagine da “tanghero”, il figlio di Costanzo Ciano rimase una pedina di lusso, organica e sinergica, ai complicati disegni internazionali del potente suocero. Dal 1936, con la nomina di Galeazzo a ministro degli Esteri, tra i due s’instaurò un gioco delle parti punteggiato da continue doppiezze, ambiguità e sottigliezze, tutto teso a dissimulare la debolezza italiana — la minore delle grandi potenze del tempo — per ottenere dagli interlocutori di turno vantaggi e opportunità territoriali ed economiche. Nulla di nuovo a ben vedere: la politica revisionista mussoliniana altro non era che la riproposizione in chiave massimalista delle politiche “anfibie” — l’annoso tentativo d’essere il “peso determinante”, “l’ago della bilancia” etc — di Camillo Benso di Cavour e dei suoi successori post-unitari e le ambizioni, al netto della propaganda, erano limitate e abbastanza realistiche. Iniziò così una partita rischiosa e, inizialmente, vincente in Etiopia, in Spagna e anche nei Balcani ma poi sempre più difficile e alla fine tragicamente perdente. Negli anni del successo e del potere Galeazzo s’illuse spesso sulle sue capacità — non disprezzabili ma insufficienti — e sopravalutò il suo peso effettivo nelle architetture del regime atteggiandosi a “quasi duce”, ad erede simil-designato. Miraggi. Mussolini disprezzava — spesso a ragione, qualche volta a torto — il gruppo dirigente fascista e non prevedeva alcuna successione, nessun passaggio di testimone. Tanto meno a Galeazzo, a cui spettava il compito di rabbonire, rassicurare, informare ambasciatori e referenti internazionali o, al più, intrigare su stretto mandato in terra iberica o in Balcania. Poi, con l’avvicinarsi del conflitto, il rapporto (sempre sbilanciato) tra suocero e genero si fece ancora più stretto e lo spericolato minuetto si trasformò in una macabra “totendanz”. Come nota Di Rienzo, il Duce temeva la guerra e macchiavellicamente cercava d’evitare coinvolgimenti diretti nella speranza di un sempre più improbabile compromesso europeo. Sotto la regia di Mussolini, Ciano trimpellò perciò tra tedeschi, francesi, inglesi e Vaticano atteggiandosi con Berlino a germanofilo, con tutti gli altri come uomo della pace. Una serie di inganni (e tanti auto-inganni) che finirono per screditarlo — per gli anglo-francesi Ciano era un tipo inaffidabile, per i germanici un infido, un camaleonte — che si rovesciarono, poi, nel fatidico Diario in cui il “generissimo” si rappresentava come unico contraltare al bellicismo mussoliniano. L’ennesima bugia. Alla luce dei documenti italiani e stranieri il professore smonta minuziosamente il castello di carte del ministro e sottolinea le sue responsabilità nell’entrata in guerra — molto timida poichè certo, come il Duce, della sua rapida conclusione — e le sue colpe nella campagna di Grecia, un disastro militare e politico senza appello. Solo nel 1943, dopo El Alamein e Stalingrado, Galeazzo tentò, in una Roma ridotta in un verminaio di tradimenti e complotti, un ruolo autonomo giocando su tutti tavoli possibili: Vaticano, alleati, monarchia, dissidenza fascista. Un ruolo adatto per un Fouchè o un Talleyrand, non certo per il povero conte di Cortelazzo. Invischiato nelle sue trame, Galeazzo partecipò — sodale poco gradito dagli altri congiurati — al colpo di stato del 25 luglio. La fine del regime. Nulla andò come previsto e il vanesio “genero di regime” finì a Verona. Condannato a morte, abbandonato — nonostante i pianti e i ricatti di Edda — da un impotente Mussolini, l’11 gennaio 1944 venne fucilato alla schiena al poligono di forte San Procolo. Morì con dignità. Il coraggio fisico, almeno quello, non gli mancava.