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Marco Valle

30 Luglio Lug 2017 30 luglio 2017

Gli Arditi ricordati dall'Esercito. Nel silenzio della politica

Talvolta, sempre in sordina, quest’Italia smemorata cerca di onorare i suoi eroi. È successo venerdì scorso a Manzano, piccolo borgo del Friuli orientale. Lì 100 anni fa, ai piedi dell’Abbazia di Rosazzo, dove le colline sono dominate dalle vigne, lungo il sentiero dello Sdricca (in dialetto friulano la "Striscia"), nacquero gli Arditi, il ferro di lancia del Regio Esercito. Sul muro dell’antica caserma, un casolare ormai in rovina, una vecchia targa ricorda “In questa casa il 29 luglio 1917, vennero creati i primi reparti degli Arditi d’Italia, terrore del nemico, eroi di tutte le battaglie”. Quel giorno, per la prima volta, i volontari si schierarono davanti al re, al generale Cadorna, al principe di Galles e ad una folla di gallonati visitatori. All’ordine del colonnello Bassi, comandante del reparto, gli Arditi simularono un’assalto. Con molto, troppo realismo, al punto che “per eccesso di zelo” alcuni tra loro rimasero feriti. Impressionato, Vittorio Emanuele diede subito il suo benestare alla specialità. Da qui la storia è nota e gloriosa: l’XI battaglia dell’Isonzo detta della Baisnizza, e, subito dopo la disfatta di Caporetto, la resistenza organizzata a Udine e infine il monte Grappa. Un centenario importante che l’Esercito ha voluto — senza troppa pubblicità, forse per non allarmare la signora Pinotti in altre faccende affaccendata — celebrare con una manifestazione significativamente preceduta dal lancio di quattro paracadutisti del 9° reggimento “Col Moschin”. Equilibrati, seri i discorsi delle autorità militari. Il capo ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, il colonnello Cristiano De Chigi ha ricordato le funzioni innovative del reparto: «Furono una sorta di fanteria leggera con compiti di rottura. Svilupparono il metodo, la preparazione, un addestramento individuale, un carattere aggressivo unico che li resero elementi in grado di risolvere qualsiasi tipo di combattimento. Caratteristiche che saranno la base delle forze speciali future». A sua volta il generale Bruno Stano, comandante delle forze operative Nord, ha definito i “ragazzi di Manzano”: «Un pugno di audaci che seppero cambiare le sorti di una battaglia dall’esito più che mai incerto e la cui tradizione oggi è stata raccolta dal 9° reggimento “Col Moschin”. Persone che con la tenacia del loro impegno e la tensione degli ideali sono riuscite a rappresentare al meglio la nostra professione basata sulla vocazione». A guastare la manifestazione, purtroppo, le parole fuori contesto e fuori luogo dell’unico politico presente, il lunare vicesindaco di Manzano, certo Luca Zamò: «Al pari degli altri eroi che persero la vita in guerra, gli Arditi combatterono per la libertà, per la democrazia e per la pace, dando il bene più prezioso, la propria vita, per quei principi che sono alla base della nostra Costituzione». Qualcuno spieghi al povero Zamò che agli Arditi del 1917 non fregava nulla delle sue formulette retoriche e tanto meno di una Costituzione promulgata il primo gennaio 1948, trentun’anni dopo. Quei ragazzi impavidi credevano nella Patria e volevano vincere una guerra. A tutti i costi.