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Marco Valle

6 Novembre Nov 2017 17 giorni fa

Italiani tra le stelle. La sfida spaziale tricolore continua

          Dopo un anno di attesa, il Consiglio dei Ministri finalmente ha ratificato l’accordo fra Italia e Kenya per il rinnovo della cooperazione bilaterale aereo-spaziale. Ora tocca al Parlamento. Si tratta di un accordo importante ma pochi, pochissimi se ne sono accorti: esaurita la “saga stellare” dei primi cosmonauti lo spazio ormai non interessa più il grande pubblico. Un peccato, poichè gli impegni siglati a Roma prevedono capitoli sull’istituzione in Africa di un centro regionale per l’osservazione della Terra, l’accesso ai dati di osservazione, un’attività di formazione di personale locale, la telemedicina e, soprattutto, il rilancio e la garanzia della permanenza sulla linea dell’Equatore di una base italiana. Un dato strategico per il “sistema Nazione”. Da più di mezzo secolo. Dagli anni Sessanta sul mare di Malindi opera infatti un polo d’eccellenza tutto tricolore. È il “Centro spaziale Luigi Broglio”, un’eccellenza nazionale di cui andare fieri, orgogliosi. Da laggiù scienziati e tecnici dell’Agenzia Spaziale Italiana, in collaborazione con l’Ente europeo e il governo keniota, svolgono attività di assistenza e acquisizione di dati satellitari, attività indispensabili per garantire all’Italia un ruolo nella “grande partita stellare” che si gioca sulle nostre teste. Non si tratta di fantascienza ma di un match formidabile in cui la ricerca scientifica s’intreccia con pesanti fattori economici e militari (la “Space economy”, la “Space diplomacy” e la “Space defence”). Da anni migliaia di satelliti d’ogni nazionalità girano sulle nostre teste assicurando ognuno al proprio “armatore” informazioni d’ogni tipo, il flusso e l’indirizzo delle notizie, i dati sul clima, i report sull’agricoltura, le ricerche (lecite e illecite) in ogni quadrante del globo. Qualsiasi siano gli scopi veri o presunti, il cielo è straordinariamente affollato. Da qui l’importanza di Malindi. Grazie a quest’esperienza siamo riusciti a conservare (e, persino, a migliore) le nostre posizioni in un settore estremamente competitivo come l’aereospaziale. Lo confermano i risultati dell’industria nazionale: la sesta nel mondo e la quarta in Europa, con 40mila addetti e un fatturato che, dal 2008 ad oggi, è aumentato del 43% con ricavi per oltre 13 miliardi di cui 7 dovuti all’export. Numeri importanti che possono e devono migliorare. Le intelligenze e le capacità ci sono, ma serve una volontà politica. Pensieri lunghi e investimenti seri. Nulla di nuovo. Lo avevano capito già negli anni Cinquanta Luigi Broglio, Enrico Mattei e Amintore Fanfani, tre personaggi lungimiranti. Nel maggio 1954, in un’Italia ancora scossa dalla disfatta del 1945, Broglio, generale dell’Aeronautica militare e docente dell’Università di Roma, costituì un piccolo e solido gruppo di giovani professori e neolaureati per una sfida ritenuta impossibile: realizzare un piano spaziale nazionale. Nonostante lo scetticismo dei più e il solo appoggio del politico toscano e del presidente dell’ENI, la piccola, squattrinata ma luminosa squadra riuscì nel suo intento. Il 15 dicembre 1964, all’indomani dei trionfi di Mosca e Washington e prima di Parigi e Londra, venne lanciato nello spazio il primo satellite italiano. Le cronache raccontano che alla conferma del risultato la sala di controllo, situata nella base statunitense di Wallops Island, esplose di gioia; davanti agli occhi esterefatti dei controllori americani, gli uomini di Broglio intonarono con fierezza l’inno nazionale. Nel 1966 entrò in attività, dopo due anni di lavoro in condizioni proibitive, la base San Marco a Malindi, forte di una piattaforma oceanica centrale, la San Marco appunto, e due piattaforme minori — un prezioso dono di Mattei — dedicate ambedue a Santa Rita, la patrona delle missioni impossibili. Una bella pagina che l’Asi e il Centro di Ricerche Aerospaziali dell’Università di Roma hanno ricordato lo scorso 26 aprile — nel cinquantennale dell’apertura della base, intitolata a Broglio dopo la sua scomparsa nel 2001 —. In quell’occasione il presidente dell’ASI, Roberto Battiston, ha ricordato come: «50 anni dopo quell’esperienza è diventata un patrimonio pubblico unico dall’enorme grandezza tecnico-scientifica. In questi anni abbiamo fatto tesoro delle loro temerarietà e tenacia, abbiamo saputo coniugare capacità e competenza, facendo dello spazio un settore di successo che ha saputo trasformare la ricerca in questo campo in un grande valore economico. Sfidando un mondo che corre velocissimo». La tenzone tricolore negli spazi stellari continua.