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Marco Valle

14 Settembre Set 2018 14 settembre 2018

Montanelli e il fascista Capelli. Un'amicizia spezzata

Nonostante gli imbarazzanti vigilantes del pensiero unico in questo strambo 2018 qualcuno finalmente è tornato ad indagare, scrivere e discutere della defunta RSI di Mussolini. Con serietà e serenità. Ci riferiamo al libro di Sergio Tau “La repubblica dei vinti”, impreziosito da un'emozionante prefazione di Buttafuoco, e all’ultima fatica di Pansa “La repubblichina”. Due lavori diversi ma importanti che offrono una diversa angolazione sulla tragedia della guerra civile 1943-45. L’8 settembre — la fuga del re, la viltà di generali e ammiragli, il liquefarsi dello Stato — rappresentò per una generazione cresciuta nel mito della “terza Roma”, dei “destini imperiali” una ferita impossibile da rimarginare, da cicatrizzare; per quei ragazzi (ma anche per non pochi veterani) la "morte della Patria", il termine ultimativo fissato da Galli della Loggia, fu un corto circuito, uno choc terribile, una vergogna senza pari. L'8 settembre l'intera narrazione unitaria — un caleidoscopio sabaudo, mazziniano, liberale, massonico, nazionalista, fascista — si frantumò e crollo. Senza onore. Un disastro che l'Italia, 70 e più anni dopo, non ha ancora superato e non riesce a superare. Discorsi lunghi e tutt'ora inevasi, su cui torneremo. Ma torniamo a ieri. Alle temperie del 1943. Con buona pace dei retori resistenziali, non ci furono “uomini e no” (ricordate il peggior Vittorini, l'ultrafascista pentito?) ma un intero popolo che venne centrifugato e travolto dalla storia. I più si annichilirono nella “zona grigia” di defeliciana memoria attendendo o (vedi "La pelle" di Malaparte) vendendosi, umiliandosi ai vincitori. Al tempo stesso vi furono che minoranze che compirono scelte opposte ma sempre radicali, in un crescendo di idealismo e ferocia. Chi si schierò con gli anglo-americani e i sovietici cercò le proprie ragioni nell’Occidente vincitore o nel miraggio marxista, variazioni alla fine coincidenti e rassicuranti. Nel 1945 si illusero d'aver trionfato e ancor oggi festeggiano ogni 25 aprile la vittoria d'altri.  Poi vi furono coloro che scelsero “la parte sbagliata” e attraversarono 600 lunghissimi giorn in cui tutto fu ben più complicato e straziante. Alla fine, toccò a loro, solo a loro, pagare il conto totale. Salatissimo. Eppure, in quel livido autunno del ’43 in tanti ascoltarono con sollievo il flebile richiamo di Mussolini da radio Monaco. Nonostante le sconfitte in Africa e Russia, la flotta perduta, le città bombardate, la fame e la paura ad un parte consistente d'italiani quella voce lontana diede speranza. Coraggio. Nel nome del vecchio duce  — un uomo sconfitto, tradito dai suoi gerarchi e isolato sul malinconico Garda —  fiammeggiò l'effimera e contradditoria stagione della RSI. Per alcuni (Pavolini, in primis) la repubblica doveva essere il lavacro del fascismo rivoluzionario, per altri il baluardo dell’onore (Borghese e Graziani) o l’occasione di un’ultima avventura bellica, un modo per “cercar la bella morte” (Sala, Nesi, Mazzantini etc.). Ma vi fu anche chi nell’esperimento mussoliniano vide un possibile laboratorio socio-politico per costruire un “ponte” verso l’opposizione patriottica e socialista. Fu il tentativo estremo e generoso — forti del consenso del duce, pessimo condottiero militare ma vero politico realista e pragmatico — di intellettuali come Silvestri, Pini, Borsani, Pettinato, Montesi, Ruinas, Bombacci e altri. Al loro fianco si ritrovarono parte dei quadri dirigenti del nascente PFR, uomini di valore che intravidero in quegli appelli la sola strada per scansare il baratro della guerra civile. Per gli “ortodossi” come Pavolini (che per nulla li amava) solo dei confusi “moderati”, per il partito comunista dei nemici temibili. Dunque da eliminare. Subito. La mattanza ebbe inizio nel novembre con l’assassinio di Gino Ghisellini, federale di Ravenna, seguirono Aldo Resega a Milano, Eugenio Facchini a Bologna, Arturo Capanni a Forlì e, il 31 marzo 1944 a Torino, il condirettore della Gazzetta del Popolo Ather Capelli. A quest’ultimo è dedicato il saggio di Luca Bonanno "ATHER CAPELLI", La vita e gli scritti (Edizioni Ritter, Milano 2018 ppgg. 461, euro 28.00), un lavoro prezioso che restituisce voce e luce ad un protagonista minore ma assolutamente apprezzabile del Ventennio. Ricostruendo attraverso i suoi scritti la vicenda politica e umana di Capelli, l’autore ci offre uno spaccato efficace del tempo: la marcia su Roma, la costruzione del regime, la guerra d’Africa a cui Ather partecipò come umile camicia nera. E poi, i fermenti dei gruppi giovanili, la Scuola di Mistica Fascista di Nicolò Giani, la redazione di “Vent’Anni” (la rivista del Guf di Torino diretta da Guido Pallotta). Energie, idee, inquietudini e tanta insofferenza verso gli opportunisti, i carrieristi, gli “sputatragedie”, i “bastardi adoratori del dio quattrino”. Il fascismo più bello e generoso. Pulito e onesto. La fede di Capelli, come conferma Bonanno, non vacillò nemmeno davanti alla disfatta, al 25 luglio e all’8 settembre. Fu tra i primi a rispondere all’appello di radio Monaco ma non perse il suo senso critico: l’evaporazione del regime e la catastrofe militare lo avevano per sempre vaccinato da ogni illusione. Da qui i suoi costanti richiami alla “pacificazione nazionale”, il suo orrore per “le barricate stoltamente fratricide”, la speranza che i “focolari ritornino ad essere benedetti da una sola fiamma d’italico amore”. Parole ingenue, romantiche, magari barocche ma certamente sincere. Troppo sincere (e ascoltate) per il partito comunista che invece spingeva per una campagna di terrore indiscriminato. Nel segno della lotta di classe, la "totendanz" rossa. A Giovanni Pesce — sicario gappista, medaglia d'oro al VM (?) e poi, nei Settanta,  idolo delle BR — venne dato l’ordine di far tacere per sempre il giornalista. Il 31 marzo Pesce eseguì l'ordine: cinque colpi di pistola nella testa di Capelli. Nella mattina  il direttore della Gazzetta aveva cercato di convincere l'amico Indro Montanelli  — fedele alla dinastia ma aperto ad una trattativa —  della necessità di un fronte comune contro gli estremisti. Il garante doveva essere Edgardo Sogno, il "Comandante Franchi" dei partigiani bianchi. Il PCI e radio Bari (l'emittente degli alleati) festeggiarono. Pavolini intitolò a Capelli la prima brigata nera, l'unità combattente del PFR, il braccio armato dell'ultimo, disperato fascismo. L'Italia precipitava nell'ora più buia.