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Cristiano Puglisi

13 Giugno Giu 2019 5 giorni fa

“Flessibilità”, “condivisione”, “trasparenza”: i miti della contemporaneità sono fregature. Per i poveracci

Fateci caso: le parole d’ordine della contemporaneità, quelle verso le quali si deve necessariamente avere un atteggiamento positivo, pena l'essere automaticamente ritenuti squalificati e “fuori dal tempo”, cioè "vecchi", sono in realtà delle gigantesche, enormi fregature. Si pensi, per esempio, alla “flessibilità”: la generazione nata negli anni Ottanta e negli anni Novanta è cresciuta sentendosi dire che solo la flessibilità avrebbe rimosso i freni alla crescita economica, altrimenti inarrestabile in eterno. “Bisogna essere flessibili”, dicevano professori, economisti, giornalisti, industriali. Flessibili sul lavoro, soprattutto. Oggi il mondo ci è dentro, nell’”era della flessibilità”. E in cosa si è tradotto tutto questo? Precarietà. Per tutti, indistintamente. Incapacità di programmare un futuro, una vita, incapacità di poter fare progetti a lungo termine. I lavori sono flessibili e quindi precari. Le vite sono flessibili e quindi precarie. Anche i rapporti sentimentali sono flessibili. E, quindi, precari. “Liquidi” direbbe forse Zygmunt Bauman. Che poi è la stessa cosa. Vale per tutti? Proprio per tutti? Chiaro che no. Il professor Mario Monti, lo ricordano tutti, che denunciava la noiosità del “posto fisso”, era, in fondo, un senatore a vita… Altra parola chiave è la “trasparenza”. “Dobbiamo essere trasparenti”, “siamo nell’era della trasparenza” dicono professori, giornalisti, economisti, industriali. E così un’intera generazione (e non solo) è stata trascinata sui social network, a mettere in piazza i propri dati, i propri gusti, il proprio stile di vita. Ci vuole trasparenza, servono le telecamere, lo streaming. Serve, in fondo, la sorveglianza. Perché, di fatto, la trasparenza si traduce in questo. Tutti trasparenti, cioè tutti sorvegliati. Un attimo… proprio tutti? No. Ma certo. I potenti, i grandi burattinai dell’economia mondiale, della tecnologia, col cavolo che sono trasparenti (e quindi sorvegliati). Se ne stanno ben al sicuro nelle loro ville, circondate da mura invalicabili. Se sono sorvegliati, lo sono per proteggersi. Si pensi poi al concetto di “condivisione”. “Società della condivisione”, si dice. Oggi si è “out” se non si accetta la condivisione degli ambienti (gli “open space”, come dicono quelli alla moda), ma non solo. Lo sostengono professori, giornalisti, economisti, industriali. E così è tutto “open”: i luoghi di lavoro sono “open”, i confini nazionali sono “open”, le dogane sono “open”. Nessuno ha più i propri spazi, tutti sono indifesi dalle forze liquide dell’economia e del progresso, come piccole imbarcazioni ostaggio di un’imprevedibile tempesta. E che dire della “sharing economy”, l’”economia della condivisione”? Si parla di “car sharing”, “bike sharing”, “house sharing”: tutto si condivide, dalle biciclette alle case. Il contraltare logico, tuttavia è il venir meno della proprietà. Se tutto è di tutti, se tutto è in affitto, nessuno ha nulla. Proprio nessuno? No, ovvio, chi ha i soldi per acquistare le cose (ne servono sempre di più, per tutto e, comunque, si guadagna sempre meno) le compra. Facile immaginare che Jeff Bezos, l’idolatrato signore di Amazon, non lo usi, il “car sharing”. Di supercar ne avrà a bizzeffe, tutte di proprietà e ben sigillate nel suo super-segreto e protetto garage. E che dire ancora dell’”innovazione”? Innovativo è bello, questo è il pensiero comune. E questo ci dicono giornalisti, professori, economisti, industriali. Eppure l’innovazione ha portato anche tanta nuova povertà: muoiono i negozi di vicinato, muoiono le professioni tradizionali. E l’innovazione porta anche complessità e chi non governa la tecnica per gestirla, questa complessità, è tagliato fuori da qualsiasi possibilità di avanzamento, economico e sociale. Così, nell’era del capitalesimo, nell’”era dell’innovazione”, si celebrano la “condivisione”, la “flessibilità”, la “trasparenza”. Li celebrano, questi concetti, giornalisti, economisti, professori, industriali. Mai che a celebrarli sia un povero cristo qualsiasi. Sì, un poveraccio. Un lavoratore dipendente, un precario, un operaio. Chissà come mai...