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Cristiano Puglisi

11 Gennaio Gen 2019 11 gennaio 2019

La guerra del Tempio: escatologia del conflitto mediorientale. E non solo

A Gerusalemme, lo scorso mese di dicembre, è stato dedicato, in una curiosa cerimonia, l'altare per il Terzo Tempio. Un segnale di come la questione israelo-palestinese, spesso analizzata solo da un punto di vista  politico o geopolitico, presenti in realtà sfaccettature ben più complesse e, per certi aspetti, addirittura teologiche. Sfaccettature di cui parla, nel suo ultimo libro, Gianluca Marletta, scrittore e ricercatore e già autore e co-autore di notevoli saggi controcorrente come “Governo globale”, “Unisex” e “La fabbrica della manipolazione” e ora di questo nuovo e interessantissimo lavoro: “La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale”, pubblicato da Irfan Edizioni, con prefazione del giornalista e scrittore Maurizio Blondet e postfazione di Carlo Corbucci. “Il libro – spiega Marletta, raggiunto da chi qui scrive per parlare della sua ultima fatica – parla di come si è giunti, al giorno d’oggi, sull’orlo di uno scontro globale che dal Medio Oriente può infiammare tutto il mondo: ma non lo fa solo a partire dalla cronaca e dall’attualità, bensì risalendo alle radici remote di certi eventi. Si tratta di un saggio di attualità e di storia al tempo stesso (e storia delle religioni in particolare). In esso sono sussunti 2000 anni di vicende, elaborazioni teologiche ed eventi riguardanti l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam: dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. all’esilio ebraico, dalla risposta rappresentata dal Cristianesimo all’apocalittica, dalle attese escatologiche dell’ebraismo medievale a quelle dell’Islam, dalle varie forme di 'messianismo politico' nate in età moderna fino allo sviluppo del sionismo, del protestantesimo fondamentalista, del wahhabismo, dell’ideologia neoconservatrice. Da questo punto di vista, credo possa essere uno strumento importante per permettere al lettore di capire i tempi in cui viviamo e, forse, per intuire qualcosa di ciò che ci attende nel prossimo futuro”. La religione, è noto, ha un ruolo importante nella lunga vicenda della questione mediorientale, che non si può per l’appunto ridurre ai canoni della realpolitik. “Nella realtà concreta – spiega al proposito l’autore - le cause dei fenomeni sono sempre molteplici e sarebbe ingenuo e fuorviante ridurle solo ad un determinato ambito o punto di vista. Per quanto riguarda la situazione israelo-palestinese e, più in generale, mediorientale, se da un lato sarebbe assurdo negare certi fattori geopolitici ed economici, dall’altro è impossibile districare la matassa ignorando una serie di ragioni che nel libro abbiamo definito 'non strettamente correlate all’immagine della politica ‘contingente'' a cui normalmente si rifanno i politologi. Parliamo di ragioni –spesso ignorate dal grande pubblico e 'sottaciute' dai media- che potremmo definire, in senso lato, teologiche. Tali ragioni determinano, più spesso di quanto si creda, scelte politiche foriere di grandi conseguenze; scelte che, da un punto di vista meramente strategico, sarebbero incomprensibili. Stiamo parlando, ad esempio, di buona parte della politica americana verso il Medio Oriente. Nel concreto: vi è oggi una corrente ideologica di tipo messianico-apocalittico, molto diffusa e influente non solo in Israele ma soprattutto negli Stati Uniti, che tende a caricare la questione mediorientale di significati e finalità che trascendono del tutto il piano contingente politico-economico. Uno dei punti di fermi di questa ideologia è che sia necessario che 'ogni centimetro quadrato' della Terra Santa sia riconquistato dagli ebrei e che il Tempio ebraico sia ricostruito sulla spianata di Gerusalemme (previa la distruzione delle moschee presenti che sono uno dei luoghi più sacri al mondo per l’islam), al fine di 'accelerare la fine dei Tempi' e quindi la venuta del Cristo. Tale teologia, detta 'dispensazionalista', coinvolge negli Stati Uniti e non solo decine di milioni di persone, gente che spesso 'passa all’azione' finanziando le colonie ebraiche in Cisgiordania, facendo 'lobby' verso Israele in ogni modo possibile, influenzando i politici soprattutto in America, inviando ogni anno milioni di dollari in Israele per finanziare i gruppi più estremisti del sionismo ebraico. A tale corrente 'teologica' sono appartenuti personaggi come George Bush e, per arrivare ai tempi nostri, importanti figure che orbitano attorno al presidente Trump e persino all’interno della sua famiglia” Trump in particolare e il mondo anglosassone e protestante in generale (soprattuto le fazioni più conservatrici), hanno sempre dimostrato di avere una relazione speciale con Israele. “Come abbiamo detto – prosegue Marletta - esiste un’importante corrente ideologico-religiosa filo-sionista attiva nel mondo anglo-sassone almeno da due secoli (quindi ben prima della fondazione dello Stato d’Israele e della stessa nascita del sionismo 'ebraico' – il quale, almeno nelle sue prime manifestazioni, era un movimento strettamente laico). Non si possono capire certi atteggiamenti e certe scelte della politica occidentale dell’ultimo secolo e mezzo –soprattutto britannica e americana- ignorando questa realtà. Lo stesso trattato Balfour firmato dagli Inglesi con il banchiere sionista Rothschild, che dava il via libera all’immigrazione ebraico-sionista in Palestina, non era dovuto solo a considerazioni strategiche (si era in piena Grande Guerra), ma anche a ragioni d’altro tipo. Lo stesso Winston Churchill, tra i firmatari del Trattato e protestante fondamentalista, era convinto che il ritorno del ebrei in Palestina fosse un momento fondamentale per inaugurare quei “tempi finali” che avrebbero visto il ritorno di Cristo…” Tra gli alleati regionali degli USA, oltre a Israele, ci sono anche i Paesi dell'Islam wahhabita (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti). Stupisce sempre il fatto che, mentre verso l’Iran e Paesi laici come la Siria, sia Israele che la Casa Bianca siano sempre stati intransigenti, verso questi Stati la mano sia sempre stata più docile, fino a considerarli come alleati strategici. “Il legame – racconta ancora lo scrittore - solo in apparenza sorprendente tra Occidente anglo-americano, Israele e islam wahhabita si struttura a vari livelli. C’è innanzitutto una ragione storica: gli inglesi e gli americani hanno sempre sostenuto la setta wahhabita in Arabia, prima come alleato militare contro gli ottomani durante la Prima guerra mondiale, poi come socio in affari per via del petrolio (il legame finanziario tra wahhabiti arabi e americani è strettissimo e trasversale e interessa sia le grandi 'dinastie' repubbliche sia quelle democratiche; basti pensare ai rapporti tra i sauditi e famiglie come i Bush, i Clinton e i Trump).Ma vi sono anche ragioni di tipo politico: USA e Israele sono determinati a distruggere l’influenza iraniana e sciita in Medio Oriente (oltre che quella russa) e gli wahhabiti sono i più implacabili nemici dell’Iran e degli Sciiti (visti come 'eretici' da cancellare dal mondo islamico). Da questa 'inusitata alleanza' sono nati gruppi come ISIS, che persino importanti figure americane hanno pubblicamente riconosciuto essere creazioni miste USA-sauditi generate per combattere l’Iran e poi, dicitur, 'sfuggite di mano'.  Inoltre, a mio parere, esiste anche una sintonia antropologica che unisce in qualche modo protestanti fondamentalisti, sionisti e wahhabiti. Tutti questi gruppi, infatti, sono portatori di una religiosità rigidamente letteralistica, nemica delle rispettive tradizioni (ebraiche, cristiane o islamiche) ripudiate in nome di un’idealizzata 'religione originaria'. C’è molto di 'protestantico', mi si passi il termine, nell’islam wahhabita: letteralismo estremo, distruzione iconoclasta dei luoghi sacri, odio verso il culto dei santi e persino una certa, “calvinistica” identificazione del successo economico come segno di 'divina predestinazione'”. A proposito di Trump, l'autore non rinuncia a una riflessione su fenomeni politici di maggiore prossimità geografica per l'Italia e l'Europa, come quello del sovranismo. “Il cosiddetto 'sovranismo' , a mio parere – spiega lo scrittore - nasce innanzitutto dalla spontanea e legittima reazione dei popoli verso le politiche disumane perpetrate dalle élite di ispirazione 'liberal'. Politiche che hanno unito ad una devastante azione economico-sociale tesa a fare a pezzi le classi popolari e quelle medie, una delirante imposizione di modelli ideologici distopici e disumani (ideologia gender, imposizione di un immigrazionismo selvaggio e incontrollato, ecc.). Il pericolo concreto, naturalmente, è che tale e forse prevedibile reazione popolare possa essere alla lunga nuovamente strumentalizzata e persino neutralizzata dai soliti 'poteri forti' che hanno sede soprattutto oltreoceano. Da questo punto di vista, è abbastanza evidente l’azione di personaggi come Steve Bannon, l’ex sceneggiatore di Hollywood e gestore della campagna elettorale di Trump, attivissimo in Europa nella sua opera di coalizzare e forse controllare i movimenti di protesta sovranisti. D’altronde, questo lavorio teso a ricondurre ogni legittima protesta verso la 'dittatura liberal' sotto il controllo della geopolitica americana sta interessando, negli ultimi mesi, anche quella parte del mondo cattolico comprensibilmente scandalizzata dalla dissoluzione della 'chiesa in uscita', si veda il progetto di Bannon di impiantare una 'scuola' politico-religiosa nell’abbazia di Trisulti. Di fatto, c’è il pericolo concreto che si riproponga il vecchio progetto dei neoconservatori americani di 'addomesticare' i movimenti conservatori europei (e persino quelli cattolici) appoggiandoli e 'compiacendoli' riguardo ad alcune tematiche per poi, in cambio, poterli 'arruolare' nella geopolitica americana e, perché no, nelle guerre che gli USA hanno in progetto per il prossimo futuro”.