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Cristiano Puglisi

14 Settembre Set 2018 14 settembre 2018

L'UE sfida apertamente il dollaro. Un passaggio potenzialmente epocale

Nella giornata di mercoledì, passata alle cronache per la votazione della risoluzione Sargentini contro l’Ungheria di Viktor Orban e per l’approvazione della nuova normativa sul copyright, al Parlamento europeo di Strasburgo è andato in scena anche un altro momento di importanza non irrilevante. Durante il rituale discorso sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ha infatti dichiarato, senza troppi giri di parole, l’intenzione di sfidare con l’euro la supremazia monetaria del dollaro americano negli scambi internazionali. La moneta comune, per Juncker, dovrà divenire “uno strumento attivo di una nuova Europa sovrana” . Sovrana ovviamente nei confronti degli Stati Uniti. Juncker si riferisce precipuamente al mercato energetico, per il quale l’80% degli attuali pagamenti in Europa avviene in dollari, a fronte del fatto che solo il 2% dei contratti riguarda importazioni dall’altra sponda dell’Atlantico. “Un’aberrazione”, è stato il commento al riguardo. In pochi lo hanno notato, eppure la presa di posizione di Juncker, il rappresentante di più alto grado dell’Unione Europea, è un passaggio quasi epocale nella storia dell’Europa unita, che arriva dopo una serie di segnali importanti in questa direzione. Non ultime le dichiarazioni del ministro dell’Economia tedesco Heiko Maas, che recentemente aveva affermato di ipotizzare un circuito di pagamenti europeo per bypassare le sanzioni americane nei confronti dell’Iran. Alle dichiarazioni di Juncker hanno fatto seguito quelle di Mario Draghi, che, nella giornata di ieri, ha affermato di essere in attesa di conoscere ulteriori dettagli. CON RUSSIA E CINA PER IL MULTIPOLARISMO MONETARIO Quindi, nonostante il Consiglio Europeo abbia oggi rinnovato di altri sei mesi le sanzioni alla Federazione Russa per la crisi in Ucraina, l’Europa prosegue, nell’era Trump, la sua marcia verso una maggiore autonomia da Washington e si candida, ormai apertamente, a divenire un soggetto geopolitico ed è chiaro che, in questo disegno di sfida al dollaro, i suoi alleati non possano che essere la stessa Russia e la Cina. Che, come già ampiamente discusso in questo spazio, su un possibile "multipolarismo monetario" stanno puntando molto. Due Paesi che, pochi giorni fa, in occasione del Forum Economico Orientale tenutosi a Vladivostok, come riporta Wall Street Italia, “hanno stretto una partnership per sviluppare insieme 73 progetti aziendali del valore complessivo pari 100 miliardi di dollari. Una collaborazione del genere tra le due potenze emergenti ha un valore di importanza capitale, visto che i due Stati stanno cercando di ottenere una maggiore indipendenza e stabilità economica, aggirando le sanzioni e i dazi Usa. Con i rapporti con l’Occidente in deterioramento, Putin ha anche annunciato che negli scambi commerciali mondiali Mosca e Pechino hanno intenzione di usare sempre meno i dollari americani e sempre più le proprie valute locali”. In questo scenario l’Europa sembra non voler perdere il treno, dopo quasi 70 anni di assoluta dipendenza dagli Stati Uniti, in qualsiasi campo. Certo, tra pochi mesi ci sono le elezioni europee. E un grosso problema potrebbe essere la prospettiva di vedere, in quell'occasione, mutati i rapporti interni a favore delle forze populiste, non a caso sostenute da Trump e dal suo ex consigliori, Steve Bannon, che mira addirittura a coordinarle. MA LE ISTANZE DEI POPULISTI VANNO CONSIDERATE Già in passato su questo blog si era menzionato il rischio che, con i partiti cosiddetti sovranisti e un’Europa debole, questa possa poi ritrovarsi paradossalmente meno sovrana. Per indebolire queste spinte, che si basano su una narrativa semplificata (il “popolo contro l’Europa delle banche”) ma efficacissima la classe dirigente europea dovrà rendersi conto, prima che sia troppo tardi, che vi sono delle istanze, tra cui quelle dell’identità, dell’immigrazione, del welfare, che non possono più essere ignorate. In tal senso il voto contrario a Orban, un leader peraltro corteggiato dal campo populista, è stato, come spiegato su queste colonne solo due giorni fa, un gigantesco errore.