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Andrea Indini

10 Gennaio Gen 2019 10 gennaio 2019

Che errore la resa di Conte alla Ue

Zero sbarchi. Per alcuni giorni sembrava che questo risultato storico, incassato da Matteo Salvini con la linea dura dei porti chiusi, potesse tenere per molto tempo. E tecnicamente ha ancora tenuto perché dall'inizio dell'anno nessuna nave delle Ong ha potuto mettere piede sul suolo italiano. Tuttavia, l'accordo raggiunto ieri tra Malta e l'Unione europea per distribuire gli immigrati, che si trovavano a bordo della Sea Watch e della Sea Eye, rischia di creare quel punto di rottura a lungo agognato da Bruxelles, che non può più scaricare in Italia chiunque sbarca, e dalle organizzazioni non governative, che con la Lega al governo non hanno più mano libera nel Mediterraneo. La notizia dell'accordo arriva dalla Valletta mentre Salvini si trova in Polonia per tessere il fronte sovranista da schierare alle prossime elezioni europee. “Noi siamo qui a parlare di difesa delle frontiere, e questo cosa fanno?”, sbotta il vicepremier leghista. Da lì in poi è un'escalation di tensioni, sospetti e accuse. Nel mirino ci sono ovviamente i vertici dell'Unione europea che con il governo maltese hanno tessuto la tela per dipanare l'impasse delle due navi cariche di stranieri. Ma non solo. In ambienti leghisti, secondo quanto riportato da un retroscena della Stampa, i dubbi più forti si addensano su Giuseppe Conte. “È un precedente gravissimo, non ha capito che ci facciamo del male”, avrebbe sussurrato Salvini ai suoi puntando il dito sul premier. A preoccupare i leghisti è la “sintonia” tra l'avvocato del popolo e i commissari europei, i “burocrati” come li chiamano in via Bellerio. Le preoccupazioni della Lega non sono immotivate. Non appena veniva annunciato l'accordo con Malta, una voce grillina del governo si fiondava a ringraziare Conte per la “mediazione” che ha portato alla risoluzione del caso. I Cinque Stelle – in malafede – non vedono che dietro la resa alla Sea Watch c'è molto di più del destino dei quindici immigrati che ospiteremo in Italia. Per un anno Salvini si è sgolato per far capire che le Ong non possono fare come gli pare. È riuscito persino a fargli chiudere i battenti, tanto che nel Mediterraneo si vedono di rado le loro navi, e ad azzerare gli sbarchi in Italia. Nei primi dieci giorni del 2018, quando a Palazzo Chigi sedeva Paolo Gentinoli e al Viminale c'era Marco Minniti, erano già arrivati 453 immigrati. Quest'anno zero. Con l'accordo di ieri si rischia di invalidare tutto questo risultato. Scendere a patti con Bruxelles per sciogliere il nodo immigrazione non ha mai portato a niente. Lo sanno bene al Viminale dove devono ancora risolvere il problema dei 200 stranieri che, lo scorso luglio, si erano lasciati convincere a far scendere dietro la promessa che sarebbero stati ripartiti tra otto Paesi membri (Malta inclusa). Sono ancora quasi tutti e 200 a Pozzallo e nessuno li smuove da lì. Questo precedente avrebbe dovuto far drizzare a chi nel governo cede alle pressioni europee. Certo, negli ultimi giorni, si era scomodato persino papa Francesco a favore dello sbarco. Se, però, si inizia a cedere, si fa passare un messaggio sbagliato. E, finché l'immigrazione non sarà riportata nei confini della legalità, i porti non devono essere riaperti.