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Andrea Indini

7 Novembre Nov 2018 10 giorni fa

L'America ostaggio delle minoranze

Non fatevi incantare dai titoli di certa stampa. È vero che Donald Trump ha perso la Camera, mentre si è tenuto stretto il Senato consolidando la maggioranza che già aveva. Non è, invece, vero che i democratici hanno dilagato riprendendosi l'America. Anzi. L'onda blu contro il tycoon non c'è stata. Certo, assumeranno la guida di alcune commissioni parlamentari e potranno, in questo modo, portare avanti inchieste contro il presidente (fino persino arrivare a chiederne l'impeachment) e ostacolare le riforme dell'amministrazione (come la costruzione del muro al confine del Messico), ma non hanno assolutamente trovato l'uomo che potrà sconfiggere Trump alle prossime elezioni. Anzi, rischiano di essere sempre più ostaggio delle minoranze. Il nuovo Barack Obama, i democratici, non lo hanno ancora scovato. Trump, come fa notare la Cnn, resta “uomo magico”. Perché “solo cinque volte negli ultimi centocinque anni un presidente uscente ha vinto seggi al Senato nelle elezioni di Midterm”. E a dimostrare che il tycoon “resta una forza politica potente” lo prova il fatto che il Gop ha vinto laddove il presidente è andato a fare campagna elettorale in prima persona. Tanto che nei prossimi due anni il Senato sarà nelle mani di “trumpiani di ferro”. Ed è da qui che partirà lo scontro, che si preannuncia violentissimo, in vista del voto del 2020. Come hanno fatto notare molto analisti statunitensi, la frattura che divide oggi l'America è tra i liberal, che vivono nelle grandi città e nei sobborghi ricchi, e la popolazione bianca e rurale, spesso operaia, che costituisce il “cuore” dell'elettorato di Trump. Eppure oggi, a far notizia, sono le “prime volte” dei democratici. Molti “statisti” l'hanno già ribattezzato “l'anno delle donne”, altri stanno facendo leva su vittorie che vanno aldilà del “colore della pelle”. È la sintesi della narrazione che la stampa mainstream vuole veicolare in tutto il mondo. Ed eccole, dunque, le stelle nascenti della sinistra globalista: la 29enne Alexandria Ocasio-Cortez, membro dell'ala sinistra del partito democratico, è la parlamentare più giovane della storia; Ilhan Omar (rifugiata scappata dalla Somalia) e Rashida Tlaib (figlia di palestinesi) sono le prime donne musulmane elette in Congresso; Sharice Davids e Debra Haaland sono le prime native americane ad arrivare in Congresso; la Davidsè anche la prima rappresentante del Kansas dichiaratamente omosessuale. Il Colorado, poi, ha espresso il primo governatore dichiaratamente gay: Jared Polis. Questi nuovi ingressi, che molto spesso guardano con simpatia Bernie Sanders, difficilmente riusciranno a trovare consensi tra l'establishment democratico. La ricetta contro il populismo rischia, quindi, di ritorcersi contro quei vertici di partito che hanno tentato di seppellire Trump e che adesso si trovano in ostaggio delle minoranze. Sarà, infatti, molto difficile trovare una sintesi programmatica tra modi di sentire estremamente differenti. Le “prime volte” - le “novità”, per dirla con più schiettezza – non per forza sono ritenute in grado di fare una sintesi che possa guidare un Paese come gli Stati Uniti. Sono certamente la risposta (estremista) della Nazione a stelle e strisce, che detesta Trump per tutto quello che è e che rappresenta, ma non sono la chiave moderata per convincere gli americani a voltare le spalle al tycoon. D'altra parte i dem non hanno capito nemmeno quando Hillary Clinton ha perso le elezioni del 2016 a causa dei grandi elettori, quello che invece Steve Bannon ha capito già da tempo. E cioè che risposte radicali, come appunto Trump e Sanders, hanno più voce di chi per anni si è sgolato senza mai cambiare gli Stati Uniti (e il mondo) di una virgola.