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Antonio Ruzzo

20 Maggio Mag 2017 20 maggio 2017

Come si fa cultura in bici?

Come si fa cultura in bici sinceramente non lo so... Però è un punto importante per cominciare. In questi giorni di incidenti, di morti e feriti, di angosce che poi ognuno si porta in sella ho letto spesso che in Italia non c'è cultura della bici. E cosa significa? Che il dibattito e la rabbia dei pro e dei contro non porta a nulla? Forse. Oppure , come ha scritto qualcuno pensando che la cultura abbia a che fare con il meteo,  che dai noi bastano due goccioline di pioggia a spegnere qualsiasi ardore ciclistico? Non so cosa significhi fa cultura su due ruote ma qualche idea provo a buttarla lì. Far cultura in bici significa rendersi conto che chi pedala rischia la pelle e quindi sulle strade tutti, ma proprio tutti, si mettano una mano sulla coscienza.  Chi va a motore rispetti le regole, chi pedala pure e chi deve far rispettare il codice punisca e  multi chi non lo rispetti. Ognuno faccia la sua parte. Anche perchè incroci, semafori, precedenze, discese non fanno sconti a nessuno e basta una volta per pagare il conto finale. Fare cultura in bici significa andare oltre l'assurdo dibattito auto contro bici e bici contro auto, categorie spesso interscambiabili  che portano a ragionare con la  pancia, a recriminare a insultare.. Sempre la stessa litania, sempre le stesse cose, sempre il solito inconcludente confronto.  Far cultura significa accendere il cervello. Le associazioni dei ciclisti, le società sportive, i giornalisti, i privati cittadini si facciano carico di sostenere la ciclabilità dove si decide: nei consigli comunali, nei dibattiti pubblici, negli incontri, anche nelle riunioni di condominio...Si cominci a pretendere che amministrazioni, sindaci, governatori si occupino di mettere a posto strade, segnaletica, incroci. E non è detto che ci si debba battere solo per per le piste ciclabili. Far cultira significa che le Federazioni, gli allenatori che portano i ragazzi ad allenarsi in strada spieghino prima di cominciare cosa si deve fare, come si deve pedalare quando di fianco ti sfrecciano le auto. Regole chiare. Per intenderci: va benissimo Peter Sagan che impenna o salta con due ruote un cordolo...Ma non è quello il modello. Significa, ad esempio, che le Granfondo devono diventare una festa per appassionati prima che una sfida per "incistati", per ex agonisti bolliti per cinquantenni che rischiano di diventar patetici. Tutti pronti a tutto, anche a doparsi. Fa differenza. Eccome se fa differenza perchè laddove c'è l'esasperazione agonistica ci sono tutta una serie di azioni e pensieri esasperati. E la magnifica intuizione Eroica di Giancarlo Brocci, la Granfondo romana di Gianluca Santilli,  quella delle Dolomiti di Mikil Costa,  ma a ruota anche tante altre bisogna dirlo, in questo senso stanno facendo cultura. Perchè inventarsi un'altra dimensione di ciclismo, avere il coraggio di togliere le classifiche o di di squalificare il primo perchè butta in terra la carta di una barretta sono passi che vanno in quella direzione lì. Mi piace pensare che sfide così possano diventare il modo per stemperare le tensioni, per calmare gli animi, per innamorarsi e non per guerreggiare. Fare cultura significa fare ciò che con "Jemo" sta facendo Mauro Fumagalli pedalando nelle zone terremotate delle Marche, tenendo vivi territorio e speranze. Significa tener viva la memoria di un mondo incredibile come il ciclismo che ha storia, tradizione e valori che hanno radici profonde in questo Paese. Un patrimonio enorme fatto di campioni, di personaggi, di  salite, strade, tappe che ciclisti "pericolosi" come Giacomo Pellizzari, Marco Pastonesi e tanti altri come loro raccontano magicamente nei loro libri.  Fare cultura significa  spiegare nelle scuole un po' di queste cose qui. Significa parlare, discutere, studiare. Significa entrare in un bike cafè che a Milano stanno nascendo come i funghi, e avvicinarsi a un mondo che si può condividere ma non solo sui social. Fare cultura significa sporcarsi le mani con il grasso della catena. Che non serve a niente. Forse solo a riconoscersi e a farsi riconoscere strappando un sorriso e non un insulto...