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Carlo Lottieri

6 Settembre Set 2015 06 settembre 2015

Proprio sicuri che fare deficit produca crescita?

Nelle scorse ore, intervenendo a Cernobbio, il premier Matteo Renzi ha cercato di giustificare il ritardo dell’Italia rispetto a Spagna e Regno Unito sostenendo che a Madrid negli ultimi tre anni la media del deficit si è tenuta sul 6%, mentre Cameron ha portato il deficit al 5%. Lasciateci fare lo stesso, ha lasciato intendere Renzi, e anche l’Italia spiccherà il volo. È legittimo essere scettici. Spendere soldi che non si hanno (e gravare le future generazioni di debiti) non aiuta l’economia, così come bruciare in po’ di carta non genera un grande falò. La considerazione di Renzi su Spagna e Regno Unito è un classico “post hoc propter hoc”… un po’ come se dicessimo che l’Italia del dopoguerra è cresciuta grazie alla Dc (mentre con ogni probabilità è cresciuta nonostante gli Andreotti, i Fanfani e via dicendo) o che l’America del Novecento è stata il centro della civiltà grazie alla montagna di dollari che spende ogni anno per l’esercito. Quella frase del nostro primo ministro svela tutta la fragilità del riformismo all’italiana, dato che si basa sull’idea che un Paese cresce quando lo Stato – in un modo o nell’altro – investe, interviene, fa appalti, assume gente, costruisce ponti, organizza Expo e via dicendo. Al di là di una certa retorica genericamente favorevole al merito, Renzi rimane insomma radicato entro una prospettiva statalista, poiché chiedere maggiore “flessibilità” in tema di bilancio e di rigore significa coltivare illusioni: confondere i sogni e la realtà. Ok… poi Renzi ha aggiunto che dall’anno prossimo comunque il debito diminuirà. C’è sempre, in fondo, un anno prossimo.