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Gian Maria De Francesco

28 Marzo Mar 2019 27 giorni fa

La recessione inevitabile

Prologo Questo post è stato parzialmente scritto nel maggio 2018 e viene completato oggi a 10 mesi di distanza. La sua pubblicazione è stata rinviata perché non ci è mai piaciuto scrivere in stile  Nouriel Roubini, l'economista universalmente apostrofato come la «Cassandra dei mercati» in quanto preconizza pedissequamente recessioni e scoppi di bolle speculative, e tuttavia i fatti ci hanno costretto. L'ispirazione di questa breve analisi non fu la reazione malevola di Piazza Affari alla bozza del contratto di governo tra Lega e M5S, un libro dei sogni (di Keynes o di Torquemada decidetelo voi) che si è tramutato, come prevedibile, in un incubo quotidiano. Quello che non si vedeva e che oggi è un po' più chiaro è che il nostro Paese si è infilato in un vicolo cieco dal quale sarà pressoché impossibile uscire in modo indolore. La responsabilità è anche politica, ma ognuno di noi - per quanto dotato di buona volontà o senso civico - non può non sentirsi chiamato in causa. Elenchiamo, pertanto, alcuni possibili scenari recessivi che, a seconda delle scelte di politica economica, sono destinati a materializzarsi. Pars destruens L'eutanasia giallo-verde Vi ricordate la salita di Giuseppe Conte al Quirinale con la promessa di una fase nuova della politica economica italiana? Dual tax con aliquote al 15 e al 20% per tutti, reddito di cittadinanza, quota 100 con reintroduzione delle pensioni di anzianità e stop alle grandi opere (Sì, il balletto sulla Tav era prevedibile già da maggio). La ricetta prometteva miracoli nel breve termine («Il 2019 sarà un anno bellissimo», ripeteva il premier all'inizio di febbraio). Matteo Salvini e, ancor più, Luigi Di Maio, erano convinti che il lieve abbassamento della pressione fiscale per alcune categorie e l'iniezione di sussidi monetari per un'ampia fascia della popolazione avrebbero spinto crescita. Il +1% scritto nella Nota di aggiornamento del Def su pressione di Bruxelles era stato accettato come un'imposizione perché i nostri erano convinti che l'effetto boost sui consumi avrebbe fatto da propellente a una crescita ben superiore. Oggi sappiamo che nella stesura del Def 2019 si sta battagliando per non scrivere che il Pil si fermerà a +0,1% se tutto va bene. E poi? Il deficit che si sarà creato a causa delle spese in disavanzo e della bassa crescita (al momento dovrebbe veleggiare attorno al 2,4-2,6%) sarà difficilmente colmabile senza aumentare la pressione fiscale (anche facendo scattare parzialmente i 23 miliardi di clausole di salvaguardia su Iva e accise) con il risultato che il debito continuerà ad aumentare ben oltre gli attuali 2.358 miliardi di gennaio 2019, schizzerà sopra il 133% del Pil  e la sua collocazione sul mercato sarà sempre più problematica per un Paese caratterizzato da una scarsa affidabilità. Anche in questo caso la Grecia pare un buon paradigma. Forse la caduta nel burrone sarà più precipitosa. La pericolosa follia dei grillini (con la complicità leghista) Se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione. Milton Friedman è una delle nostre bussole. Purtroppo non ha orientato il cammino di chi ha responsabilità di governo e ha prodotto una misura finanziata in deficit che non servirà praticamente a nulla se non a disastrare i conti del Paese. Con il reddito di cittadinanza e i suoi 8 miliardi annui ( a partire dal 2020, quest'anno sono solo 5,1)  si premia chi non lavora, chi lavora in nero e chi è rimasto al Sud  attaccandosi alla gonna di mammà (lo posso dire perché sono un terrone anch'io). A costoro si farà firmare un vago patto per il lavoro cercandogli una qualche occupazione e, in teoria, facendogli frequentare qualche inutile corso. Ma M5S ha vinto la campagna elettorale con questa promessa e la Lega si è piegata a questo giogo, contraddicendo la propria ragione sociale, per restare attaccata alla poltrona. Ora, come diceva Adriano Pappalardo, lasciatemi sfogare: «Il reddito di cittadinanza è un insulto a chi lavora sul serio, a chi cerca di fare qualche straordinario e se le trova tassato, a chi lavora il sabato e la domenica e si ritrova i festivi tartassati perché magari ti fanno passare allo scaglione di aliquota superiore. Il reddito di cittadinanza è una bestemmia sputata in faccia a tutti gli italiani onesti, in particolare a quel 5,3% dei contribuenti che dichiara più di 50mila euro, versando il 39,2% degli 838 miliardi di Irpef totale. Il reddito di cittadinanza è una rapina nei confronti di chi guadagna più di 1.500 euro netti al mese, è un regalo ai nullafacenti, ai furbi, ai maliziosi, agli imbroglioni! Matteo Salvini, ce ne ricorderemo! Ah, se ce ne ricorderemo!». D'altronde, cosa ci si poteva aspettare da uno che non ha mai lavorato in vita sua. Vi regaliamo le ultime perle di Giggino sul floor di Wall Street raccolte da ClassCnbc. [youtube 9zUtF-woD9g] La forca di Bruxelles La soluzione europeista è ormai diventata la bandiera della sinistra nella sue declinazioni moderata e radicale. Secondo queste tesi, l'Italia dovrebbe proseguire ulteriormente nel proprio sforzo di riduzione del deficit e del debito. La ricetta è già scritta da Carlo Cottarelli: raddoppiare l'avanzo primario (il saldo tra entrate e uscite dello Stato al netto della spesa per interessi) portandolo dal 2 al 4% del Pil, cioè da 34 a 68 miliardi di euro circa. Poiché alla Commissione Ue non interessa come gli obiettivi di bilancio vengano conseguiti purché siano conseguiti, un simile incremento del saldo sarebbe sicuramente finanziato da un aumento delle entrate attraverso lo scatto delle clausole di salvaguardia su Iva e accise, un ritorno dell'imposizione sulla prima e una patrimoniale che tanto piace a Ocse e Fmi (e pure ai sindacati e alla sinistra-sinistra). In questo modo si potrebbe promettere una vaga diminuzione delle imposte su redditi e lavoro e si potrebbe continuare a finanziare la spesa corrente (inclusi bonus fiscali di varia natura) e qualche intervento sugli investimenti. È pacifico che una simile impostazione produrrebbe un effetto recessivo portando l'Italia in una spirale molto simile a quella attraversata dalla Grecia in quanto queste misure non incidono sui problemi strutturali della nostra economia. Pars construens L'esempio liberale Magari esistessero in Italia emuli di Margareth Thatcher o di Ronald Reagan. Purtroppo non ce ne sono. Ma immaginiamo per un attimo un Paese nel quale decisioni importanti di politica economica vengano prese in nome dell'interesse nazionale e della sostenibilità economica. Cambierebbe tutto! Certo, l'implementazione di un vasto programma di riforme porta con sé una recessione indotta dal passaggio da una forma di Stato assistenzialista a una nella quale vige il principio di responsabilità. Volete tasse più basse? Volete la flat tax? Volete andare in pensione quando volete e non quando stabilisce la legge Fornero? Volete pagare un servizio (pubblico o privato che sia) se e solo se ne usufruite? Ecco alcune proposte Sistema pensionistico a capitalizzazione: i contributi che versiamo sono i nostri e sono depositati su un conto previdenziale intestato a noi. Quando si esce dal mondo del lavoro si riscattano con gli interessi. Lo switch costa circa 400 miliardi in un colpo solo, ma significherebbe azzerare i 100 miliardi che ogni anno traslocano dalle nostre tasche all'Inps per sovvenzionare le gestioni in perdita. Privatizzando il sistema previdenziale l'equilibrio sarebbe raggiungibile in breve termine. Chi ha esaurito i propri contributi passerebbe al regime dell'assistenza pubblica. Sistema sanitario con regime di assicurazione: niente più ticket, niente più Irap, niente più finanziamento alle Regioni. Ogni cittadino è obbligato all'assicurazione malattia e lo Stato interviene solo per le patologie non coperte da ciascuna polizza. L'assistenza pubblica coprirebbe le spese per chi on lavora e non è in grado di assicurarsi. Di sicuro si spenderebbe molto meno dei 115 miliardi annui attualmente buttati nel calderone della sanità. Istruzione libera: niente più finanziamenti a scatola chiusa (se non per i meno abbienti). L'istruzione scolastica si paga al momento della scelta. Chi si vuole rivolgere al pubblico paga al momento dell'iscrizione e non con le tasse, esattamente come accade con i privati. Lasciateci sognare ad occhi aperti un Paese migliore! Gian Maria De Francesco