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Roberto Scafuri

14 Giugno Giu 2018 14 giugno 2018

Gli avvocati del diavolo

C’è un nodo cruciale, che rappresenta allo stesso tempo l’errore madornale di valutazione di Luca Lanzalone e anche il suo tallone d’Achille. Attiene a una concezione intima e radicata nelle fondamenta del Movimento delle Cinque stelle, non si sa se voluta coscientemente dal fondatore Gianroberto Casaleggio o un esito “imprevisto”, forse neppure ben compreso da Beppe Grillo, così come dei sostenitori. L'imprinting di M5S sta nel disgusto per il degrado della politica, e la conseguente sfiducia. Un disincanto che non si ferma alla classe politica ma, si direbbe, investe la politica in quanto tale. Da subordinare perciò all’irrompere del “privato” sulla scena pubblica. Se prima i Cinquestelle il tema aveva connotati squisitamente economici e giudiziari (vedi l’ubriacatura per le privatizzazioni dopo Tangentopoli, sia nei servizi pubblici che nella dismissione dei beni), con la battaglia sull’”acqua pubblica” (non a caso la prima stella delle cinque) la storia cambia segno. Ma non per tornare a una più equilibrata scelta tra pubblico e privato, bensì per immettere nelle dinamiche della politica elementi sempre più marcatamente “privatistici”, quindi all’apparenza incontrollabili, insindacabili, inattaccabili. Luca Lanzalone, “consulente a titolo gratuito” per lo stadio della Roma, proprio perché riteneva la propria posizione inaccessibile e non giudicabile da alcuno, magistratura compresa, riteneva di poter agire con una disinvoltura intollerabile e di certo foriera di guai. Ora ha dovuto accorgersi che la comoda posizione di “consulente a titolo gratuito” non significava poter assurgere allo status di benefattore al di sopra di ogni sospetto, con le mani libere per ogni azione, garantito e protetto dal non percepire stipendio. Tanto i Pm quanto il Gip hanno ritenuto che il ruolo svolto, viceversa, non lo esimeva dal rappresentare de facto un “pubblico ufficiale”, sia pure non inquadrato. Non si può essere “irresponsabili” solo perché ci si è posti al di fuori della macchina infernale della ricerca del consenso democratico e del giudizio a posteriori da parte degli elettori. E' esattamente quel che non convince riguardo la titolarità del “brand” di M5S, concesso a chiunque sottoscriva privatamente la propria adesione al “non statuto”. Così come extra legem è la pretesa di “revocare” privatamente tale concessione, qualora l'aderente disattenda i principi o non segua pedissequamente le direttive dall’alto. Extra ordinem di una democrazia compiuta è infine l’inattaccabilità della posizione degli impalpabili Capi del Movimento, che si tratti della Casaleggio Associati, dei soci privati della fondazione Rousseau, delle associazioni (prima e seconda) che ne regolano, sempre e rigorosamente in maniera “privata” i meccanismi. Che al contrario dovrebbero essere per definizione “pubblici” perché attengono alla “res publica”. Questa è l’innata debolezza politica del Movimento, questa la ferita inferta a una democrazia già colpita a morte dal malcostume dilagante di quelli che li hanno preceduti. Questa anche la traballante posizione giudiziaria dell’avvocato ligure, uomo portato a Roma dall’attuale ministro della Giustizia, Adriano Bonafede. Altro avvocato giunto alla sommità della macchina giudiziaria senza altri meriti che la fedeltà ai vertici diventati "inaccessibili" perché “privati cittadini” e al loro volto “umano”, quindi pubblico, Luigi Di Maio (scelto non sappiamo come). “Avvocato del popolo” è persino il  premier indicato a sua volta dal designato Di Maio, cioè Giuseppe Conte. Il quale, forse avvertita l’insostenibile pesantezza di questo irrompere “privatistico” in una sfera che più pubblica non si può, da persona colta e intelligente ha cercato di porvi rimedio fregiandosi arbitrariamente di volontà e gradimento “popolare” che nessuno gli ha concesso semplicemente perché nessuno ha avuto neppure il garbo di chiederlo a noi "popolo". Portare la voce di qualcun altro, lo dice l’espressione stessa, significa non portar pena soverchia. Ovvero non assumere su di sé la piena responsabilità di ciò che si dice. Peggio ancora se questo "qualcuno" sono dei privati nascosti sotto l'abito formale di un “contratto” assurto a Grundnorm a nostra insaputa, di notte, non sappiamo come, quando e perché.