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Stefano Giani

17 Maggio Mag 2018 17 maggio 2018

Cannes 2018: "Dogman" conferma pregi e difetti di Matteo Garrone

Marcello è un nome di fantasia ma sul grande schermo evoca tanto. Un attore icona del cinema italiano negli anni più luminosi. Una scena a Fontana di Trevi. Il recente protagonista di Euforia di Valeria Golino in corsa al festival di Cannes nella sezione "Un certain regard". E si potrebbe continuare. Tra questi estremi sta dentro un po' di tutto, ma si arriva all'oggi dove Marcello (Marcello Fonte, incontrato anche in Io sono Tempesta di Daniele Luchetti) è il canaro della Magliana nella libera rivisitazione fatta da Matteo Garrone  - noto per Gomorra e Il racconto dei racconti - in Dogman. Le analogie con il caso di cronaca sono strettissime come le licenze che consentono al regista di discostarsi dagli annali della criminalità e non dipendere dunque troppo dalla biografia di un personaggio che alla fine degli anni Ottanta legò il suo nome a un delitto tra i più efferati. Pietro De Negri attirò nel suo negozio di toelettatura per cani un delinquente comune con un passato da pugile, di cui era stato complice in una rapina. Lo torturò e lo uccise, vendicandosi di non aver mai ottenuto la sua parte di bottino dopo aver scontato una pena per non aver fatto il nome dell'amico. De Negri, carcerato modello, scontò 24 anni in cella e al momento del rilascio, ai primi di ottobre del 2005, chiese solo di essere dimenticato. Un desiderio mai completamente esaudito a causa del clamore della sua impresa criminale. Il "canaro della Magliana" rimase nella memoria collettiva della cronaca italiana e ora riemerge con questo film di Garrone che ne riscrive in parte la vicenda. Mancano le torture. L'identificazione anagrafica. La tossicodipendenza che nel film appare più come spaccio che non per uso personale. Il resto coincide e desta lo stupore nel pubblico straniero per il quale il caso del canaro è meno conosciuto rispetto allo Stivale. Il Marcello di Garrone è sostanzialmente un debole. Ama i cani che accudisce con cura e amore. Adora la figlia con la quale sogna vacanze irraggiungibili per la modestia della sua condizione. Ed è succube di un delinquente comune che ricorre alle mani per regolare i conti con i trafficanti e farsi rispettare dai commercianti che tiene sotto scacco per la paura trasmessa loro. Il toelettatore, incapace di farsi rispettare e di esercitare un minimo di lucidità con quel cane sciolto della delinquenza, finisce per essere costretto a fargli da complice in una rapina e favorire un assalto con la tecnica del buco al negozio attiguo. Pavido e timoroso delle ritorsioni dell'energumeno Simone, accetta di non fare il suo nome ai magistrati e passa un anno in carcere ma, quando esce, la sua parte di soldi non esiste più. Il ladro li ha dilapidati tutti. Solo in quel frangente Marcello si trasforma. Attira in trappola l'ex amico e lo chiude in una delle gabbie usate per i cani in attesa di lavaggio. Quando il violento cliente, che da Marcello si riforniva abitualmente di cocaina, sembra riuscire a liberarsi, il canaro lo uccide e ne brucia il cadavere nei prati della periferia romana. Al di fuori della trama e dei riferimenti, Dogman è un film che ricorda un certo neorealismo sotto molti punti di osservazione. In primo luogo la scelta di attori poco celebri o addirittura non professionisti. Secondariamente la cornice di miseria e degrado. E soprattutto i toni e il senso di una storia che supera il caso di una cronaca ormai datata e lontana. Il protagonista è un uomo dalla doppia vita, esercita con amore il suo mestiere e la gente si affida a lui con la certezza di veder trattati gli animali con rispetto. Troppe però le gabbie in cui vengono sistemati i cani, un particolare in netta divaricazione rispetto alle tendenze attuali. Tuttavia quell'uomo ha un aspetto presentabile nella sua povertà ma nasconde le più turpi e orrende inclinazioni come spacciatore e complice di piccoli delinquenti locali. Attraverso questa attività sotterranea cerca quella affermazione che la quotidianità gli ha negato. La sua disponibilità a soddisfare i criminali lo rende sicuro e forse anche questo dettaglio finisce per soddisfare la sua necessità di protezione. Soltanto quando si assume le responsabilità della rapina commessa dal complice, al quale ha ceduto le chiavi del negozio per entrare nottetempo nel bar confinante, matura la sua trasformazione. Da un lato quella condanna sancisce la sua espulsione dalla cerchia degli onesti. L'infame, tacciato di tradimento, viene ignorato e calpestato dall'indifferenza del quartiere che è l'unica collettività in cui si riconosce e a cui è orgoglioso di appartenere. E quando resta solo con quel cadavere tenta di percorrere due strade opposte. La prima, ridurlo in cenere, equivarrebbe a cancellare ogni traccia del delitto. La seconda, poi in realtà prescelta, è l'estremo tentativo di essere riammesso nella comunità che lo ha cacciato. Aver ucciso il pugile che costituiva una minaccia per tutta la zona appariva ai suoi occhi l'atto che poteva farlo perdonare. La riabilitazione popolare. Ma è proprio in quell'attimo che il misero e colpevole traditore si ritrova solo in un deserto di periferia. È la fine. Senza appello. Dogman è un ottimo film che paga un'eccessiva dipendenza dalla cronaca. Garrone è attento alla quotidianità e alla letteratura e da essa trae regolarmente gli spunti per i suoi lavori cinematografici. La qualità non è mai in discussione ma la carenza di originalità e creatività lo sospinge inevitabilmente nella frontiera meno nobile riconoscendogli le capacità di abilissimo rielaboratore e narratore di storie ma non altrettanto eccelso autore di qualcosa che non sia stato generato dal genio di altri o dagli archivi. [youtube D1TzC1ivAhM nolink]