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Stefano Giani

15 Febbraio Feb 2018 8 giorni fa

"Hannah", confine della disperazione

Hannah è una donna semplice. Dimessa. Tutt'altro che arrendevole. Emarginata. Tenta di riscattare la propria insoddisfazione, ma invano. Ogni passo è un nuovo scivolone e un'inattesa disillusione. La fine è un progressivo allontanarsi da un mondo che la respinge. A portarsela via è un anonimo vagone della metropolitana di Bruxelles. Nell'ordinaria quotidianità del nulla. Hannah di Andrea Pallaoro sta tutto in queste esili trame, perché la trama - e non è un bisticcio di parole - di fatto non esiste. La protagonista (Charlotte Rampling) è confinata nella sua solitudine in seguito a una serie di misteri che il regista trattiene nella penna durante la stesura della sceneggiatura. "Volevo solo mostrare le difficoltà psicologiche. Le sconfitte ordinarie. E le motivazioni non erano necessarie. Non occorre dire tutto" ha poi spiegato. Ed è vero, non occorre sempre dire tutto. Ma qualcosa, forse, allo spettatore bisognerebbe pur rivelare se si vuol fare un film. Ne risulta un'opera di diaframmi che segnano altrettanti confini. Limiti di separazione fra persone e cose, mai superati e forse mai superabili perché la vicenda di Hannah ha una sorta di irreversibilità alla quale sembra inevitabile arrendersi. Così si assiste al diaframma che la separa dal marito, inspiegabilmente accompagnato in carcere in un giorno come tanti altri e lì lasciato a corrodersi e consumarsi. A sua volta diverso dal confine che separa la donna dal figlio, freddo e insensibile nel respingerla lontano dal proprio focolare, sempre per ragioni non dette. C'è un muro invalicabile tra la donna e il cane, rimasto orfano del padrone e in sua perenne attesa, finché la donna non lo regala a un'altra famiglia. Orribile, diseducativo e incivile ripudio. Lo stesso abisso separa Hannah dalla società che la allontana dalla palestra come la risucchia inevitabilmente lontano dagli amici del teatro, con i quali cerca una via di fuga alla sua emarginazione. C'è ancora un diaframma fra Hannah e il suo passato quando scopre nello schienale di un vecchio armadio le prove dei tradimenti del marito, infine un'ultima barriera divide la protagonista e il pubblico. Il film vive dunque su una serie di misteri irrisolti che, se resi noti, contribuirebbero a spiegare la psicologia di Hannah. Ma non è dato sapere. E il nome palindromo della protagonista - leggibile in entrambi i sensi - ha il sapore di un titolo che rispecchia l'andamento della narrazione stessa. Aggrovigliata su di sé e leggibile in tutte le direzioni, come casuale potrebbe essere pure la successione delle scene. Queste rappresentano infatti una serie di sequenze tanto ordinarie da essere apparentemente inutili e tagliabili, proprio perché mai legate e motivate da ragioni che in minima parte le giustifichino. Risulta così incomprensibile la frase che il marito rivolge ad Hannah nell'unica udienza in carcere. Ma l'elenco è interminabile. Di dubbio gusto e di inutile finalità le scene di nudo di Charlotte Rampling sotto la doccia e in altre discutibili pose, troppo attente nel descrivere i disastri che l'anagrafe compie sugli esseri umani quando il destino e l'invecchiamento sono impietosi. E la scena in cui Hannah va sulla spiaggia a vedere la carcassa di una balena spiaggiata, prima che venga rimossa, rappresenta la resa della donna alla propria intima devastazione. Comune a quella dell'incolpevole spettatore. Sconcertante ma pertinente con il tema è anche la scenografia con ambienti squallidi che giustificano l'abbandono della protagonista. L'abbigliamento è di una tristezza mortificante e la nonna delle nostre bisnonne avrebbe mandato in soffitta senza rimpianti gli abiti e le scarpe della Rampling. Se insomma Hannah tenta di mettere in evidenza quei confini che per mille ragioni appartengono a ogni persona in qualche frangente della vita, cinematograficamente l'esperimento fallisce. Il dislivello di conoscenza rende il film di una noia mortale e inevitabilmente rimanda a un'altra opera recente con la stessa attrice nel ruolo principale, 45 anni di Andrew Haigh, uscito nel 2015. L'opera di Pallaoro è in realtà antecedente nei progetti, ma difficoltà di produzione ne hanno ritardato l'uscita facendolo sembrare una ricopiatura dell'altro mentre così non è. Resta comunque obbligatoria una tanica di caffè per arrivare in fondo. Purché non sia decaffeinato. [youtube sVWnCpoRGFM]