Blog

Stefano Giani

13 Settembre Set 2017 13 settembre 2017

Il "Veleno" nella Terra dei fuochi e il fuoco nella terra dei veleni

La camorra uccide due volte. La stessa persona, s'intende. Non bastano i vili attentati al bestiame, nottetempo, per impedire il lavoro agli allevatori. Incutere paura. Generare il panico. Indurre la resa. Viene assassinata anche la terra, ricettacolo non volente di rifiuti tossici e nocivi. L'affare del secolo. La criminalità organizzata del futuro non si affida più alla prostituzione. Alle bische. Agli alcolici di contrabbando. Business da Al Capone.  Altri tempi. Altra corruzione. Meno malata. A tutti i conti fatti, più onesta. Quella di oggi agisce nell'ombra di una notte e in quella di campi trasformati in coltivazioni di tumori. Dove si muore per amore di zolle tramandate di padre in figlio. Finché l'onorata società si mette di mezzo. Decide. E a chi non si sottomette, garantisce una morte lenta. Di quelle che arrivano con il sorriso. Dietro il compiacimento fintamente addolorato dei piccoli boss da fumetto travestiti da azzeccagarbugli con i baffi. Veleno di Diego Olivares è un atto di coraggio al confine tra inchiesta e accusa. Il film è ispirato alla vita di Arcangelo Pagano, cognato di uno dei produttori, ricalcato sulla figura del protagonista, Cosimo (Massimiliano Gallo) è un uomo che non si arrende al diktat della delinquenza organizzata, ma paga con un carcinoma gastrico l'ostinato sversamento di liquami letali nella sua terra. Un appezzamento che il capobastone vuole "espropriare" per ingrandire la sua discarica clandestina e, di fronte alle resistenze di quel contadino caparbio e buono, ricorre alle maniere forti. Ma indirette. Subliminali. Mentre Ezio (Gennaro Di Colandrea), il fratello di Cosimo, svende se stesso e la sua onestà alla camorra, sacrificandosi sull'altare del denaro ottenuto con il veleno, accondiscende a uccidere lentamente quegli ettari che furono del padre e del padre di suo padre. Accetta supino quell'altra morte che arriva lenta. Pigra, forse. In punta di piedi. Annunciata dal sangue nella tosse. Mandata da quelle stesse sostanze che egli scarica contaminando la tenuta. E forse l'intera area. È la terra dei fuochi. E dei delitti. Dietro il paravento nobile della scuola calcio per i bambini di un paese che è un cimitero di vivi. Dove tutti sono morti. Addirittura, prima ancora di nascere. E il futuro è lì. In un barile di veleno che, dopo aver assassinato quelle zolle e averle rese infertili o aver contaminato anche ciò che vi cresce, è il sicario che uccide neutralizzando perfino chemio e radioterapia. Presentato alla Settimana della critica di Venezia, Veleno è un ottimo film che rende omaggio a una di quelle povere vite troncate dalla camorra e dall'abuso nello smaltimento dei liquami. Nel silenzio. Nell'omertà generalizzata. Come se tutto questo fosse normale. In dialetto napoletano sottotitolata, l'opera di Olivares - girata a Montevergine irpino - si avvale di un cast fatto di attori arruolati nell'umile società campana, eccezion fatta per Luisa Ranieri e Nando Paone. Per certi versi, la trama confina con La nostra terra (2014) di Giulio Manfredonia, che tocca il tema delle tenute sequestrate ai boss e dei tentativi della camorra di riprendersele. In questo braccio di ferro trovano un triste spazio i reiterati tentativi di uccidere la fertilità e sarà proprio davanti a questo ostacolo che si arresta la connivenza di uno dei contadini doppiogiochisti di Manfredonia. Uno di quelli che aiutano la società del bene, ma allo stesso tempo traggono beneficio e denaro dall'obbedienza a quella del male. E in quest'oscillazione sta lo squilibrio di trame e angosce sociali e individuali. Lo stesso accade anche nel film di Olivares dal quale tuttavia, a differenza dell'altro, è completamente assente ogni prospettiva positiva che invece ne La nostra terra dà coraggio a chi lotta proprio contro lo strapotere dell'onorata società. In Olivares c'è invece il dramma. La morte dei vivi e quella dei moribondi, che in definitiva coincidono. Il mondo dei derelitti e dei finti arricchiti. Degli ignoranti e degli ottusi. Donne che non vedono la vera faccia del loro marito. Uomini dappoco che nulla valgono perfino allo specchio. È la fine di un mondo e dei suoi comprimari. Un epilogo che colpi di fucile e fiamme altissime coniugano al rigore cadaverico del malato all'ultimo stadio. È la Terra dei Fuochi. Fatui. [youtube ghTyashEAqM nolink]