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Stefano Giani

14 Giugno Giu 2018 14 giugno 2018

"La stanza delle meraviglie" è magia: come sentire la voce del mondo

Tutti giacciono nel fango, ma qualcuno guarda le stelle.   Due bambini e un destino fatto di niente. La rincorsa. La ricerca. L'umano evaporato nel nulla. Il mistero che toglie senza dire. Senza dare spiegazioni. È il padre, per il piccolo Benji. È l'attrice dei sogni e la chimera delle sue ambizioni per la dolce Rose. Li unisce un difetto fisico. Non sentono. Lei congenita, lui per un incidente. Li divide un'epoca. La bambina fugge  cinquant'anni prima di Benji. Entrambi rincorrono un miraggio setacciando cinema e musei, lasciandosi guidare dall'istinto dei libri. Le loro strade - innocenti vie di bambini sagaci - sono destinate a congiungersi, trattenendo su visi ormai maturi di generazioni distanziate di mezzo secolo la limpida energia dell'anelito insoddisfatto di chi non si arrende all'assenza sbagliata. Il ragazzino vuole la verità intorno al papà che non ha mai conosciuto e del quale la madre tiene un riserbo immotivato. La bambina vive nel mondo ovattato del silenzio. Impenetrabile cortina di un universo solitario ad accessi distillati e selezionati. La stanza delle meraviglie di Todd Haynes è racconto in poesia. L'isolamento non è di questo mondo, nemmeno quando sembra forzato perché l'istinto dell'uomo è comunicare. Si giace nel fango ma c'è chi guarda le stelle. E ne cerca la polvere quaggiù, fra le miserie di una vita che divide e all'improvviso riunisce. Quando la ricerca ha il passo pesante e la forza viene meno. L'uomo è animale sociale, nato per il dialogo e forme di conoscenza sempre nuove. Benji e Rose sono condannati all'esilio sonoro di un mondo in cui il rumore è vita. Lo decriptano con mezzi anacronistici. La ragazza anni Venti impara la lingua dei segni, il bambino anni Settanta vive solo di penna e taccuino, occasionalmente trovati per via. Radici in contrasto in un tessuto di cambiamenti e scoperte tecnologiche che Haynes descrive con la sapienza di un linguaggio costruito su moduli diversi. Il bianco e nero che accompagna Rose ha il sapore del passato ma al tempo stesso racconta una bambina che è nata e cresciuta lontana dalle voci e trova il suo piccolo idolo di bimba in un'attrice del cinema muto, costruito su un bicromatismo rigido, in una sfera dove tutti sono uguali a lei. Nessuno parla se non attraverso il labiale. Nessuno è costretto a udire, ma tutti devono "sentire". E possono farlo. In quella sala dove è sola con gli occhi incollati a Lillian Mahyew - attrice mai esistita di The storm daughter, un film americano del 1924 andato totalmente perduto tranne un frammento conservato al British film institute - piange come l'universo di chi non è sordo. Lacrime mute di una sensibilità che si disinteressa del suono. Siamo nel '27, anno della fuga della piccola e data cruciale per la Settima Arte. Con Il cantante di jazz di Al Jolson il cinema si sta convertendo al sonoro. E saranno anni di morte. La fine di un manierismo. Rose appartiene alle origini, è il suo mondo. Oltre trent'anni dopo, il grande schermo avrebbe regalato a quella pellicola assaporata in una sala muta, una seconda opportunità. Laila, la figlia della tempesta sarebbe tornato sul tema di matrimoni e fidanzamenti imposti tra storie d'amore e di riscatto. Benji non sente a colori. È il 1977 ed è un luglio unico nella storia dell'America. Un black out spegne la Grande Mela, esito di una bufera che toglie a Benji la possibilità di ascoltare le voci. Parla senza accorgersi che la sua tonalità è sempre in eccesso. Ottave svendute a una comunicazione a senso unico. Perché il ritorno è fatto di inchiostro su carta. Di corse pazze nel museo di storia naturale. Tra animali ricostruiti e un passato evocato con il gusto di uno storico, anch'egli alla perenne ricerca di ciò che spesso non trova. Come Rose. Come Benji. Sorprendentemente a contatto nell'unico mondo che può unirli, quello dei libri dove il libraio non è più un commerciante ma l'interprete fra due figure che vorrebbero comunicare e scoprono di vivere nello stesso universo, dove - anche fra simili, portatori dello stesso handicap - il colloquio può arenarsi. E non sciogliersi. È la frontiera della parola scritta. Il capolavoro consegnato alla posterità e all'eternità. Al gusto di chi vive di parole e di chi fa delle parole la propria vita. Talvolta un'arte. Collezionismo. La libreria antiquaria dove il bianco e nero si fonde con il colore porta alla strada di una chiacchierata ritrovata. Non a caso è questo confronto e nuove frasi, talvolta scritte talaltra decriptate, a togliere il velo a ogni mistero rincorso. Ora finalmente deflorato. Nella dimensione di un dialogo in cui le persone sono smisuratamente più grandi delle città, la frontiera dell'avvenuta comunicabilità ha raggiunto lo stadio della meraviglia. Come quell'armadio che conserva cimeli e si apre all'improvviso allo stupore estasiato del genuino visitatore. La stanza delle meraviglie, presentato a Cannes nel 2017, è un film eccellente che avrebbe meritato la Palma, ma per quell'insolito incomprensibile destino che avvolge gli umani è passato inspiegabilmente inosservato ed è stato completamente ignorato, nonostante la firma nobile di un regista affermatosi come l'autore di Carol, dedicato all'omosessualità femminile, e Io non sono qui sulla vita di Bob Dylan. Nel cast una Julianne Moore - già vista in Still Alice e Suburbicon - che recita nei panni di Lillian Mahyew e Rose adulta mentre Michelle Williams - incontrata in Manchester by the sea di Kenneth Lonergan e Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott - è la mamma di Benji. È tenerezza assoluta quella che traspare dal volto innocente della piccola Rose, interpretata dalla quindicenne Millicent Simmonds che è l'unica in tutto il cast a essere sorda davvero. IL RETROSCENA - Delicatissimo il tasto della colonna sonora, caro a Haynes, esperto di musica che conferma la propria attitudine e i suoi interessi. Tra i tanti titoli spiccano Space oddity di David Bowie e Also sprach Zarathustra di Richard Strauss, diventato celebre per lo stacco più famoso del cinema mondiale in 2001 Odissea nello spazio. Questa citazione non è da considerarsi un omaggio al cinquantenario del film perché non va dimenticato che La stanza delle meraviglie è del 2017, un anno prima del celebre compleanno. Piuttosto, entrambi i brani, ripetuti in più occasioni a marcarne l'importanza, sembrano fare più esplicito riferimento agli spazi immensi del cosmo dove il silenzio è sovrano e "navigano" i protagonisti immersi anch'essi in un'odissea. Ognuno alla ricerca di qualcun altro perduto nel nulla. Ognuno perso nel suo universo di silenzio. Ma sono le note di Strauss - che nel capolavoro di Kubrick accompagnano ed enfatizzano la scoperta dell'arma da parte dei primati - a sottolineare anche qui che un nuovo mondo è possibile. E per una verità che si perde o un sogno che non si conquista è pronto l'abbraccio di un cuore inaspettato. [youtube 1RA06l4xVds nolink]