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Stefano Giani

12 Ottobre Ott 2018 12 ottobre 2018

"Quasi nemici" ma solo a parole

Non importa la verità, ma essere convincenti   Il professore e la studentessa. Pure fra loro guai mettere il dito, anche se non sono moglie e marito. Perché se la complicità è tra quelle proverbiali fra le dinamiche umane, l'attrazione è zero al quoto. Quello fra Pierre Mazard e la studentessa Neïla è un incontro-scontro fin dalle prime battute. Lui è un azzimato francese che mal tollera i giovani sopra le righe, in particolare gli immigrati mentre lei ha il difetto di arrivare in università a lezione già iniziata. Oltre a quei malvisti lineamenti maghrebini. Facoltà di giurisprudenza, dove tutto è opinabile. Perfino - o soprattutto - la legge. E il diverbio, scoppiato in aula, davanti agli studenti, finisce sul tavolo del preside che esprime la sua condanna. Il troppo aggressivo docente dovrà preparare l'allieva per il torneo nazionale di retorica ed eloquenza. Insomma, i due non si sopportano ma dovranno - come si dice - fare squadra per ben figurare e far ricredere i vertici dell'ateneo sul loro comportamento. L'obbligo a interagire gomito a gomito mette in mostra difetti, più che pregi, dell'uno e dell'altra. Insofferenze. Intolleranze. Insicurezze. E che il braccio di ferro abbia inizio... La scorza è dura da scalfire ma il dialogo è l'unica arma che gli esseri umani hanno a disposizione per smussare le spigolosità. Propaggini di carattere. Così Neïla finisce per trovarsi nella migliore delle palestre possibili perché apprendere la dinamica dei rapporti interpersonali è altrettanto difficoltoso che imparare a parlare in pubblico. Quasi nemici di Yvan Attal è il paradigma di questo asse di comportamento e nulla ha a che vedere con Quasi amici, titolo di una commedia lontanissima da questa trama a cui invece questo titolo sembrerebbe far pensare. La relazione fra il professore (Daniel Auteuil già protagonista di In nome di mia figlia) e la studentessa (Camélia Jordana apparsa in Due sotto il burqa) si snoda attraverso la tematica che attraversa tutto il film, sul rapporto fra le idee e il linguaggio. Il docente si svincola dal suo ruolo specifico di specialista del diritto e costruisce, dal lato psicologico, una ragazza in evidente difficoltà nel rapportarsi a un interlocutore. Qualunque esso sia. E soprattutto qualunque sia il contesto. La sfida per portare il proprio ateneo ai primi posti nella sfida intellettuale interuniversitaria sembra una partita persa, ma nulla in realtà è perduto quando l'impegno prevale sulle recriminazioni personali. Ed è ciò che finisce per accadere. L'attrito è talvolta inevitabile ma a trionfare è sempre la lucidità nel cercare di comprendersi, accettando i limiti dell'altro, tentando di migliorare le proprie carenze. I due si confrontano e si scontrano su principi e atteggiamenti, ma lo scopo comune non viene mai dimenticato e i presupposti sui quali Mazard basa i suoi insegnamenti vengono recepiti nella giusta chiave. Al punto che Quasi nemici risulta ricchissimo di tematiche e spunti, ben oltre l'intreccio che pure - in molti casi - strappa più di qualche sorriso, forse per i caratteri certamente al di sopra delle righe dei due protagonisti. Ne esce un tessuto di dialoghi all'apparenza leggeri ma in realtà profondissimi. Come il tema ricorrente della verità che, almeno in prospettiva dialogica o addirittura retorica, deve essere subordinata alla capacità dell'oratore di apparire convincente. Teorema discutibile in assoluto, ma se è la retorica a guidare i giudizi, la persuasività sale al primo posto. L'insegnamento funziona anche in chiave didattica. Neïla, futuro avvocato, dovrà più che altro essere convincente nei confronti del giudice. Insomma, l'importante è aver ragione. Relativamente poco importa dunque la sincerità e l'obiettività, molto invece incide l'abilità nel farsi credere. E la riflessione si allarga. Sconfina. "Le parole orientano le idee, non sono le idee a orientare le parole" spiega all'allieva quel burbero prof che si rivela un insospettabile e abilissimo maestro di gestione delle emozioni, più che una fonte di chiare spiegazioni dei codici. L'arte di saper discorrere pilotando i propri concetti non si limita a risultare un affascinante e seducente corredo di frasi. La sicurezza - interiore ed esteriore - deve rendere l'oratore una calamita per l'attenzione della platea degli ascoltatori. Goffamente, Neïla si trova a declamare frasi importanti nel chiasso di una folla distratta nella più caotica delle metropolitane, per affinare la sua disinvoltura nel parlare a sconosciuti, teoricamente a lei poco o per nulla interessati. L'epilogo non cambia le sorti di una commedia che fortunatamente si smarca da tantissimi temi abusati e logori di questi ultimi anni e sceglie finalmente di insegnare qualcosa con il sorriso sulle labbra. Perché dialogare significa comprendere gli altri oltre che se stessi. E in tanti casi aiuta anche a scoprire ciò che dal loro carattere mai si pensa che possa emergere. Dedicato a chi sa che la retorica non è l'arte di ripetere luoghi comuni, ma di saper parlare in pubblico. Eloquenza. Ciceroni da terzo millennio. Meno ampollosi forse, ma ugualmente acuti. E non fanno paura... [youtube G2OEw6URGL4 nolink]