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Stefano Giani

7 Dicembre Dic 2018 4 giorni fa

"Santiago Italia" il golpe alla Storia firmato da Nanni Moretti

L'Italia di oggi è peggio del peggior Cile di Pinochet     Un documentario che rinuncia alla sua caratteristica di attendibilità oggettiva al di sopra delle opinioni smette di essere un documentario ancor prima di iniziare. E questo è quanto accade a Santiago Italia, ultima fatica di Nanni Moretti, regista di grandi capacità, che in carriera ha regalato al cinema titoli di primo piano fra i quali spicca La stanza del figlio con cui vinse la Palma d'oro a Cannes, ma non ha mai smesso di schierarsi apertamente in campo politico. Il film ha lo scopo di raccontare l'intervento dell'ambasciata di Roma a Santiago del Cile nelle settimane successive al colpo di stato con cui il generale Augusto Pinochet nel settembre 1973 ribaltò il governo di Salvador Allende, legittimamente eletto. L'operazione avrebbe una sua ragione storico documentaristica importante dal momento che l'Italia si spese per sottrarre alla morte e alla tortura le vite di molti giovani che rischiavano di diventare desaparecidos, ospitandoli nella sede diplomatica per poi organizzarne l'espatrio. O, se si preferisce, l'esilio. Una missione che a suo tempo fu invece raccontata in un libro con la dovuta asetticità da Tomaso de Vergottini, che nel suo pregevolissimo Diario di un diplomatico, spiegava la dinamica di questi "salvataggi". De Vergottini, che rimase nel Paese andino fino al 1983 per trasferirsi in Uruguay dove poi morì nel maggio 2008, si ispirava ideologicamente al centrosinistra che in quegli anni, attraverso le varie declinazioni del pentapartito, governava lo Stivale. Eppure, la sua onestà intellettuale gli consentì di mettere nero su bianco pagine di grande intensità e tensione facendo luce, disinteressatamente, su quanto stava avvenendo in Sudamerica. Non che Nanni Moretti abbia interessi in atti d'ufficio però il suo racconto, che pure ricalca nella sostanza quello di de Vergottini dal quale forse ha attinto solo in parte, ha una finalità diversa. Ovvero mettere in parallelo la gestione dell'immigrazione ieri e oggi. Accanto agli elogi del centrosinistra felix degli anni Settanta si assiste all'indiretto parallelo con l'Italia di oggi dal volto leghista che respinge i barconi e rifiuta l'ingresso ai clandestini. Non lo si dice apertamente, ma se proprio si riesce a non addormentarsi davanti a fotogrammi di Santiago Italia, compito facile perché il film è tecnicamente di buona fattura e ricco di immagini di repertorio, non si può non cogliere il riferimento all'attualità. È curioso - ma solo fino a un certo punto - che l'attacco venga da un regista di chiara ispirazione progressista, cioè di una cordata politica che è precipitata proprio nella gestione del nodo immigrazione. Ma tant'è. Senza farsi eccessivi interrogativi si arriva alla fine quando nella schiera degli intervistati, quasi tutti rigorosamente ex di Unidad Popular, cioè della sinistra cilena, spunta la frase fuori luogo. "L'Italia di oggi è peggio del peggior Cile di Pinochet". Una conclusione affrettata ed eccessiva dal momento che, pur in un'impensabile graduatoria tra gli statisti autori dei più efferati crimini di massa, a superare il generale sudamericano per la violenza dello sterminio sono stati Hitler e Stalin. E francamente paragonare questi due soggetti a chi occupa la scena politica contemporanea è assolutamente eccessivo. Errato. Privo di fondamento. E pure ridicolo se a suo modo non fosse drammatico. E storicamente improponibile. In buona sostanza Santiago Italia appare come un pessimo spot. Nemmeno elettorale visto che - almeno a breve scadenza - non sono previste elezioni. Discutibile anche il campionario di intervistati fra cui figurano personaggi di secondo piano che ebbero però parte attiva nei giorni di permanenza all'ambasciata italiana e trovarono poi un posto di lavoro una volta giunti nel nostro Paese accanto a registi come Patricio Guzmàn e Miguel Littin di orbita sinistroide. A riequilibrare parzialmente il bilancio Moretti ha coinvolto un ex ufficiale di Pinochet, pateticamente prodigo di sforzi nel tentativo inutile di declinare accuse gravissime contro un regime imperdonabile. Ma, al di là del merito delle dichiarazioni resta il tradimento di Nanni Moretti all'obiettività, sforzo per lui eccessivo. Peccato che fallire in tema di onestà storica, in questo caso, significhi anche tradire la natura del documentario. Cioè del cinema. Cioè dal settore in cui il regista è da molti ritenuto un maestro. [youtube aafyCxMd2Sc nolink]