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Stefano Giani

12 Luglio Lug 2017 10 giorni fa

"The war - Il pianeta delle scimmie": parafrasi di dittatura e guerra santa

Ape-ocalypse: questa è una guerra santa... Evoluzione è termine infido. Porta con sé i cromosomi della positività che non sempre si rivela tale. E la connessione tra l'uomo e la scimmia, che data molto addietro nel tempo - collegando scienza ed etologia, zoologia e teologia - non dirada i dubbi e lascia accesa quella lampadina che spinge a riflettere, portando a comprendere che talvolta l'evoluzione si chiama involuzione. Ossia il suo contrario, quasi totalmente assente dal lessico comune rispetto al lemma simile dal significato opposto. Il confine tra progresso e regresso, che in tanti casi coprono la medesima area semantica di evoluzione e involuzione, resta altrettanto fragile da confondersi. Inquinare i pensieri e le conclusioni. The War di Matt Reeves, terzo capitolo della trilogia de il pianeta delle scimmie, è la sintesi di queste tematiche, cui si aggiungono numerosi altri aspetti di grande interesse contenutistico e metaforico, capaci di rendere quest'opera decisamente più strutturata e più ricca delle altre dal punto di vista del significato e dell'insegnamento. La trama può essere sintetizzata brevemente nel perdurante conflitto tra uomini e scimmie, quale era emerso nel primo atto della saga arrivando a una sorta di tregua nel secondo episodio, Apes revolution. Koba, il primate cattivo è stato ucciso da Cesare, il suo rivale buono e deciso a stipulare un patto di convivenza con gli uomini. Tuttavia l'accordo, soltanto teorizzato, va presto in crisi e in questa frattura inizia appunto The war. Pensare però a uno scontro titanico e fine a se stesso non è ciò che si vedrà. L'attrito fra gli animali e gli umani ha risvolti inattesi con una bambina dispersa, che viene adottata dalle scimmie e l'inseguimento di un bene superiore che comprenda in un unico abbraccio i viventi a qualunque genere appartengano.  Lo spunto dell'alterità che mette l'uomo in difficoltà rispetto all'accoglienza e alla convivenza con chi è tanto lontano da lui appare estremamente riduttivo e superficiale perché The war si spinge notevolmente oltre. A partire dalla figura di Cesare e dei suoi simili. La camminata eretta e la facoltà di parola che si allarga - non certo alla totalità dei membri della comunità dei primati, ma a una buona parte di essi - simboleggia il processo di emulazione che avvicina in modo nitido le due compagini protagoniste di questo titanico scontro, che nulla ha in comune con i classici film di mostri ed eroi dai fantascientifici quanto stucchevoli e futili combattimenti. Cesare mostra particolarità umane anche nella propria psicologia e nella propria morale. Si scopre protagonista di un esame di coscienza in cui cerca di comprendere se il suo percorso morale è stato quello di un progressivo avvicinamento al perfido Koba, che auspicava uno scontro titanico con l'uomo. Fu proprio lui a uccidere il rivale per evitare una catastrofe in cui nessuno avrebbe avuto scampo, ma ora la volontà prevaricatrice dell'uomo alimenta in Cesare un odio che sembra avvicinarlo al predecessore. Cesare cerca una mediazione con se stesso. È vittima di incubi. Non vuole arrendersi a trasformarsi nella copia carbone di Koba, ma si scopre incapace a non nutrire rancori per i lutti che l'uomo ha creato nella sua famiglia nei passati scontri. Il suo interrogarsi, in una guerra che per lui ha il valore forte della vendetta personale, equivale anche alla ricerca di capire il suo destino storico. Evolutivo o involutivo. Progresso, quindi miglioramento della propria maturità, o regresso allo stadio primordiale, a dispetto invece di uno sviluppo fisico e comportamentale che sembra avvicinarlo all'uomo. Un percorso che lo porta a riflettere su ciò di cui è capace e l'atto finale rappresenta forse un compromesso. Non tanto negli atti, quanto nei pensieri che portano Cesare a capire come abbia tenuto fede al nome che porta. La guida. L'imperatore saggio nella strategia e nel comando. Il tentativo di sconfiggere il fantasma di Koba sembra insomma compiersi attraverso la sofferenza. Se la guida dei primati riveste questo ruolo e si scopre l'imputato principale di un processo che lo riguarda individualmente, in contrastante parallelo è costruita la figura del Colonnello. Il reduce, l'uomo tra gli uomini che riduce tutto a una conquista. Terrena, ma non solo. La sopravvivenza della propria razza. La purezza messa in pericolo dalle scimmie come mezzo di trasmissione di malattie fortemente invalidanti a livello intellettivo oltre che cerebrale. Costretto a uccidere il proprio figlio non più in condizione di guarire - forse un'allusione al problema morale dell'eutanasia - il Colonello giura di sterminare gli scimmioni. Ape-ocalypse. La scritta sulla via segreta di fuga dal campo di sterminio. O probabilmente Ape-olocaust. Perché la metafora della dittatura è molto più che una semplice casualità narrativa. Gli animali fatti prigionieri vengono internati in campi di concentramento che hanno le caratteristiche di autentici campi di lavoro. Ritmi massacranti e assenza di cibo e acqua, promessi dopo il raggiungimento dell'erezione del muro, ricordano qualcosa che si avvicina in modo inquietante all'Arbeit macht frei che campeggiava all'ingresso dei lager nazisti. L'interpretazione è tutt'altro che forzata e ad essa contribuiscono numerosi altri dettagli. Lo sfinimento dei prigionieri. Le rotaie che entrano nel recinto, come allora a Mauthausen e in altri cimiteri hitleriani. Le adunate farneticanti. Perfino i Sonderkommando, rappresentati nel film di Reeves, dallo scimmione Asino con il tatuaggio del termine inglese "Donkey" sulla spalla. Esegue i comandi del tiranno, maltrattando e massacrando i suoi simili, come avveniva per gli ebrei reclutati dagli ufficiali a gestire il trattamento degli internati. La metafora della dittatura ha dunque segni riconoscibili e inquietanti, che si completano nell'assalto in cui le truppe bianche spezzano - e spazzano - ogni residuo di quel regno del Male di cui il Colonello è detentore e gerarca supremo. La razza delle scimmie è il contrappunto di una collettività di cui si vuole l'eliminazione. E a questo punto ogni dubbio scompare. È guerra santa. Concetto di triste attualità. Razze e religioni. Timori e violenza. La bufera è l'ultimo atto. Un conflitto epocale in cui entrano sconvolgimenti naturali. La rivolta degli elementi prima della nascita di un nuovo giorno. Un nuovo uomo. E una scimmia che ha le caratteristiche dell'uno e dell'altra. Non a caso, per tutto il film, i primati superstiti, che tentano di salvare i propri simili dal sopruso e dalla tracotanza di un uomo - non uomo, quale appunto il Colonnello, sono affiancati da una figura ingenua e mite di bambina, che è l'immagine di una sorta di buon selvaggio rousseauiano. L'essere non contaminato dalla perfidia. E non conosce rivalità ma lotta per alleviare la sofferenza, affiancata da una bambola, anch'essa segno di infantile e quindi primigenia incontaminazione. Naturalmente, ci si può attenere a un livello di lettura di gran lunga più superficiale e offrire la visione ai bambini. Per loro diventerà una favola dove occorrerà prendere le parti di qualcuno. Per gli adulti non è un'illusione ottica, ma semplicemente quanto siamo stati e forse - in qualche caso - siamo ancora capaci di essere. Perché, in fondo, tutti siamo uomini. E tutti siamo scimmie. Potenziale ostaggio del prevaricatore. Potenziali prevaricatori, a nostra volta, nei confronti dei nemici. Soprattutto se deboli. O addirittura disarmati. [youtube ycfLMDqEOIc nolink]