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Stefano Giani

4 Gennaio Gen 2018 17 giorni fa

"Vi presento Christopher Robin": così nacque il mito di Winnie the Pooh

Quello che conta è trovare qualcosa di cui essere felici e tenerselo stretto   Non tutti i genitori meritano un figlio. Blue e Daphne erano tra quelli. Il piccolo fu una delusione al primo istante perché era un maschio. Le sequenze iniziali di Vi presento Christopher Robin di Simon Curtis, regista di Woman in gold, mostra già un mondo capovolto che appare ancor più sconquassato dalla figura del protagonista, un reduce della prima guerra mondiale in preda alle ossessioni del conflitto dopo l'esperienza della battaglia della Somme, combattuta da luglio a novembre 1916. "Ho partecipato al più sanguinoso di tutti gli scontri, ma è stato quello che metterà fine ad ogni battaglia" spiega Blue alla moglie. Fu un illusione. E l'angoscia non lo abbandonerà più. Lo scoppio di un palloncino come il ronzio di uno sciame di api si trasformano in un incubo e nello scorrere delle immagini più tumultuose e funeste nella mente di quell'ex soldato. Il passato che non passa è un motivo dominante e spegne la gioia negli occhi di un uomo tornato alla sua quotidianità ma non alla sua vita. La crisi di ispirazione e di creatività ne fanno uno scrittore nell'ombra, in attesa di un successo che non arriva e in compagnia di una donna in perenne attesa delle occasioni più mondane e frivole per mettersi in mostra. Blue (Domnhall Gleeson già noto per Questione di tempo, Unbroken, Revenant e Calvario)  e Daphne (Margot Robbie già vista in The wolf of Wall Street, Whiskey, tango e foxtrot, Suite francese e Suicide squad) sono il contrario di una coppia che meriti un bambino. Eppure arriva. Il piccolo Christopher Robin, per tutti semplicemente Billy, viene affidato a una bambinaia  che lo ama tanto e più di due genitori abili solo a smussare gli spigoli del rifiuto. Mite e di buon carattere, il bimbo si accorge dell'indole discutibile di quel papà e di quella mamma, ma la svolta viene dal caso. Come sempre. Nei tre giorni in cui è affidato al padre per le contemporanee assenze delle due donne, esprime un desiderio e un consiglio. "Scrivi un libro per me". L'uomo capisce male e lo scrive su di lui. L'idea si trasforma in uno dei titoli più noti, forse il più venduto nella letteratura infantile mondiale dell'ultimo secolo. Winnie the Pooh. Christopher Robin diventa famoso e gira il mondo per tenere a battesimo il libro di papà. In ogni città, al centro dell'interesse, c'è il piccolo e il suo inseparabile orsacchiotto. L'uomo ne soffre visibilmente a dispetto invece dell'orgogliosa moglie. Il tema del film sta proprio in questo incastro. Il meccanismo del successo e le sue conseguenze. Winnie the Pooh diventa patrimonio di tutti i bambini del mondo e perde inesorabilmente l'esclusività di romanzo dedicato al figlio dell'autore. Un trionfo con beffa, perché lo scrittore non accetta serenamente di trovarsi in secondo piano rispetto al figlio che invece continua a essere tenuto ai margini dell'affetto. Il college plasma un uomo che sogna di scappare lontano da quella civiltà incivile e, all'approssimarsi del secondo conflitto mondiale, l'arruolamento diventa l'unica valvola di fuga. Quasi una liberazione. Eppure anche al fronte sarà Winnie the Pooh a far comprendere al giovane la popolarità che suo padre gli ha regalato suo malgrado e, all'improvviso, sarà proprio l'orsacchiotto a cementare finalmente i brandelli di una famiglia impossibile. "Ho avuto un'infanzia felice, il difficile è stato crescere" spiegherà al padre a guerra finita. E l'ambivalenza di quel termine "guerra" è lì a indicare non soltanto quella combattuta contro Hitler ma anche quella tra le mura domestiche, dove un figlio sorprendentemente celebre ha dovuto fare i conti con un padre che è rimasto senza domani nella battaglia della Somme. L'equivoco è destinato a chiarirsi nello scacco della narrazione. "Ti avevo chiesto di scrivere un libro per me, non su di me" è la frase che scioglie l'enigma nelle ultimissime sequenze. Quando è tardi per rincorrere il passato ma è sempre presto per costruire il futuro. Il punto di contatto fra l'egocentrismo dello scrittore e l'incapacità di essere davvero genitore, che si traduce nel non saper amare. Tutto nasce lontano. Nella mancata accettazione e in una forma di esclusione che si trasforma in un sentimento profondo che non ha corrispettivo. Il piccolo Billy soffre il matrimonio della tata che la porterà in un'altra casa e un'altra vita. Solo in quel momento si sente orfano davvero. Senza punti d'appoggio. Pur avendo i genitori sotto lo stesso tetto. La fama planetaria di Christopher Robin, bambino con due nomi, aumenterà questo divario e le dimensioni della sua esistenza. Il bistrattato Billy e l'acclamato compagno di un orsacchiotto adorabile che conquista i più piccini e il mondo intero. Ma all'indomani della guerra, la seconda stavolta, sarà anche lui un uomo diverso. Le esperienze comuni aiutano a capire e capirsi e solo allora padre e figlio potranno iniziare a comprendersi davvero. La storia, realmente accaduta, è quella di Alan Alexander Milne e di suo figlio. Fedele agli accadimenti e alle dinamiche, se ne discosta per un particolare il buon retiro del Sussex dove è ambientata gran parte del film e dove lo scrittore con la sua famiglia si sarebbe rifugiato per ritrovare una creatività compromessa e perduta. In realtà vi si trasferì solo nell'ultima parte della sua vita, dal 1952 alla morte sopraggiunta quattro anni dopo, avendo superato una grave operazione al cervello che gli lasciò conseguenze irreversibili. [youtube fDqLg6Jb-Rc nolink]