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Carlo Franza

16 Marzo Mar 2019 6 giorni fa

Il Premio Don Tonino Bello e il Generale a Palazzo Marino sede del Comune di Milano. Il premio-spettacolo intitolato al vescovo italiano ne calpesta il pensiero.

Tonino Bello (1935- 1993)  il vescovo degli ultimi, che in vita tuonava parole pesantissime contro la guerra, le armi, i soldati e i generali, adesso è tenuto a braccetto proprio da un Generale di Divisione  dell’Esercito Italiano  che ha nome Generale Camillo De Milato, il quale ha pensato di istituire un Premio intitolato al vescovo defunto, nella sua prima edizione e di mettere in  piedi la cerimonia addirittura a Palazzo Marino sede di tutti i milanesi con il beneplacito del Presidente del Consiglio Comunale di Milano Lamberto  Bertolè  e capogruppo del Partito Democratico. Questo  Generale Camillo De Milato, pur persona rispettabilissima -a cui faccio i migliori auguri- ma lontana per la divisa che ha  indossato  dal pensiero di Tonino Bello,   e che risulta essere anche  Presidente di una associazione di Pugliesi a Milano - ma non di tutti i pugliesi a Milano, tra i quali anche il sottoscritto-   ha confuso il suo ruolo con il prestare il fianco  ad  essere figura in opposizione e  lontana  dall’operato del Vescovo Bello. Ancor più grave la cosa se a darne appoggio  a tutto ciò è stato il Presidente della Fondazione Don Tonino Bello, certo Giancarlo Piccini, un medico, che se avesse  e bene letto tutti i testi del vescovo pugliese -ma l’esegesi non è per tutti-  avrebbe senz’altro capito che Tonino Bello  è morto per il suo rodersi il fegato, quando in televisione, nei talk show, si scagliava contro  le prese di posizione dei politici che aprivano fronti di guerra. Gennaio 1991, Prima guerra del Golfo. Una lunga guerra che inizia la notte tra il 16 e il 17 gennaio e  l ’Iraq è sotto assedio. Ricordiamo le parole di don Tonino Bello, pronunciate proprio nel 1991 per quella tragica occasione: «La guerra è sempre un’avventura senza ritorno. Declino dell’umanità. Viaggio all’indietro, alle soglie della barbarie. (...) E allora, qualcuno dirà, come si reagisce di fronte a un dittatore come Saddam Hussein? Prima di tutto non bisognava armarlo. Voi sapete che l’Italia è stata la più accanita fornitrice di armi vendute all’Iraq. (...) In secondo luogo, a partire dall’embargo, occorreva mettere in atto tutte le strategie della nonviolenza attiva». Ora mi chiedo qual’ è il buon senso di tale processo finalizzato all’evento in questione che appare fortissimamente politicizzato a sinistra vista l’assegnazione del premio a Don Ciotti; mi chiedo perché si cerca tanta celebrità come a naturale ricaduta verso se stessi; mi chiedo se si gestisce così una Fondazione legata al nome di  un Vescovo che non voleva sentir parlare di guerra e  che odiava generali e cappellani militari  e che  quando morì, io per  primo chiamai “santo”(come attestano i manifesti funebri allora affissi). Giancarlo Piccinni  dove fosse allora non si sa -era stato appena sfornato dall’università- e forse non sa  che il Ministro Vincenzo Scotti nel lontano 1991, quando era ministro degli Interni, aveva ricordato un’antica invocazione latina: «A peste, fame et Bello libera nos Domine» (Liberaci, Signore, dalla peste, dalla fame, dalla guerra). A dire il vero, quella frase non era stata pronunciata contro la guerra… (in latino bellum) ma contro il vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, Tonino Bello. Il suo cognome aveva ispirato l’invocazione del ministro, giocando sul doppio significato, chiedendo al Signore che togliesse dai piedi un rompiscatole come quel vescovo, mons. Bello, che protestava contro l’accoglienza disumana riservata, nello stadio di Bari, a chi fuggiva dall’Albania.  Don Tonino lasciò passare alcuni mesi, poi scrisse una lettera privata al ministro Scotti:  “Vedermi deriso come una bertuccia sulla stampa nazionale per bocca del ministro degli Interni – scriveva don Tonino - è stato peggio che prendere una di quelle manganellate contro cui ho protestato. Le assicuro comunque che questo incidente non mi impedirà di incorrere nella recidiva e per giunta aggravata, qualora si dovessero presentare – Dio non voglia – analoghe situazioni in cui gli uomini vengono trattati come bestie da fiera”. Torniamo a questo Premio intitolato a Don Tonino Bello  che avrebbe dovuto nascere  e tenersi all’interno della Fondazione intitolata all’amico Tonino Bello ad Alessano,  e non a mille chilometri di distanza dove non ci sono propaggini della stessa  ed essere  tenuto a battesimo non da un Generale dell’Esercito ma da un intellettuale cattolico di chiara fama -e a noi vicini ve ne sono tanti- come fu a suo tempo il nome dell’amico  e collega professor Donato Valli - primo Presidente della Fondazione intitolata al Vescovo - che mi volle vicino a se con rispetto  e stima anche per  l’istituzione di un nobile museo qual’ è oggi il Mimac. Che volete, chi si trova oggi a dirigere una Fondazione Don Tonino Bello ormai senza ossigeno  e a dare il placet ad iniziative come queste che  trovo sconcertanti  non conosce veramente le traiettorie salutari dell’intellettualità, l’esegesi vera e profonda del pensiero di Tonino Bello e  “quel seme sotto la neve” che in questo maniera non produrrà più  come avrebbe dovuto,   di cui parlava  per altre strade lo scrittore Ignazio Silone, anche autore del libro “Le avventure di un povero cristiano”. E ancora che senso ha sbandierare sulla Fondazione Don Tonino Bello e sulla tomba del vescovo  la bandiera arcobaleno con la scritta pace, bandiera in uso improprio a Pax Christi movimento cattolico  che  nel 1954, fu partorito nientemeno che da un’idea di Giovanni Battista Montini. Sì, il futuro Papa Paolo VI. Ma non tutti sanno  e   ciò va subito detto che attualmente il sito ufficiale e la stessa organizzazione di Pax Christi agiscono in disobbedienza alla Congregazione Vaticana Fides per l’Evangelizzazione dei Popoli, la quale nel 2008 ha emanato un documento atto ad eliminare quella bandiera della pace ancora vergognosamente usata dal Movimento “cattolico” ed atta ad ingannare la gente e i fedeli sul suo autentico e sinistro significato. Carlo Franza