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Pier Francesco Borgia

4 Settembre Set 2018 20 giorni fa

Guareschi, Di Maio e il congiuntivo

“Ogni volta che Di Maio parla, muore un congiuntivo”. Basta fare quattro passi nella Rete per trovare slogan e battute come questa. L’arrivo dei Cinque Stelle al potere ha liberato una grande voglia di scherzare sulla ignoranza altrui. Si ironizza soprattutto sulla incompetenza della nuova classe politica che non è stata filtrata attraverso nessuna “scuola di partito” e che non ha fatto alcuna gavetta. E ovviamente sul livello culturale di molti dei nuovi attori della scena parlamentare, giudicato dal popolo della Rete estremamente basso, è cresciuto un filone di arguzie e motti (più o meno salaci). Personalmente non mi viene voglia di scherzare sulle difficoltà lessicali di Di Maio e compagni. Mi allarma piuttosto vederli così impauriti e perplessi sul da farsi. Insomma, visto che sono stati scelti per guidare e regolare le nostre vite, mi impensierisce quel loro inequivocabile terrore ben racchiuso in uno sguardo che sembra dire: “E ora che faccio?” Un terrore simile, un simile spaesamento, lo si ritrova in un sapido romanzetto uscito appena settant’anni fa. Lo scrisse uno dei più grandi intellettuali del Novecento la cui fama, purtroppo, è inversamente proporzionale al suo estro. Sto parlando di Giovannino Guareschi e naturalmente il romanzo cui faccio cenno è Don Camillo (Rizzoli). È stato davvero istruttivo rileggerlo. Si tratta di un romanzo pubblicato nel 1948 a seguito del successo ottenuto l’anno precedente sul Candido dalla rubrica Mondo piccolo (delicatissimi racconti di vita di paese, all’indomani della fine della guerra). Uno di questi racconti si intitola Scuola serale. Alla sera tardi la signora Cristina, simpatica vecchietta che per tutta la vita ha fatto la maestra, sente bussare alla porta. Si tratta di Peppone e dei suoi colleghi della maggioranza comunale. Hanno bisogno di aiuto. Sono impreparati non ad agire (“per il bene comune”) bensì a farlo esprimendosi bene per evitare di essere presi in giro dalla minoranza. “Qui c’è tutto il c’è tutto il consiglio comunale – fa Peppone –. Noi venimo la sera tardi e lei ci fa un po’ di ripasso. Ci riguarda le relazioni che dovremo leggere, ci spiega le parole che non riusciamo a capire…. Con quelle due carogne (i membri dell’opposizione, ndr) bisogna parlare in punta di forchetta o ci fanno passare per stupidi davanti al popolo”. Non so voi, ma in queste parole ho visto una tragicomica epifania del nostro cialtronesco presente. Per fortuna il romanzo, oltre simili epifanie, regala momenti di straordinaria umanità. I due protagonisti sono presi da un irrequieto odio/amore, sorretto da un granitico rispetto reciproco. Sanno vedere l’uomo oltre l’idea e soprattutto oltre l’ideologia. Sono uomini veri. Per nostra fortuna possiamo chiudere il libro a fine lettura con la consapevolezza di esserci arricchiti. Fa davvero bene leggere Don Camillo. Soprattutto oggi che è tornata di moda la più bieca e corriva propaganda politica, che fa strame del buonsenso nutrendosi e nutrendoci di improbabili fake news. E poi scopri, tra l’altro, che Guareschi è arrivato prima di altri nel ribaltare il pensiero dominante, caro soprattutto a certa sinistra di lotta e di salotto. E, sempre in Don Camillo, quando l’impulsivo Peppone minaccia di sparare contro i carabinieri si becca la rampogna del parroco: “Perché? C’è nel regolamento del tuo partito che dovete sparare contro i carabinieri? E allora spiega a quelle zucche che, in fondo, anche i carabinieri sono dei figli del popolo sfruttati dal capitalismo”. Con più semplicità e soprattutto vent’anni prima, ha detto le stesse cose di Pasolini (che per aver scoperto l’acqua calda è stato nel 1968 portato in trionfo dai radical chic dell’Espresso).