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Pier Francesco Borgia

6 Dicembre Dic 2018 12 giorni fa

Jerome è sceso dalla barca (dell’umorismo)

Cosa succede se all’improvviso uno scrittore (ma potrebbe anche essere un poeta, un musicista, un filosofo o un pittore) diventasse ricco? Se dall’oggi al domani si scoprisse milionario? La domanda ovviamente potrebbe avere molteplici risposte. Le più varie. Però la domanda resta valida soprattutto se si sgombera il campo dalle preoccupazioni propriamente professionali (e poetiche) e da quelle materiali (bollette, mutui e via dicendo). Dal momento che lo scrittore è normalmente, per indole e per abitudine professionale, portato a sondare l’animo umano, si porrebbe immediatamente nella condizione di mettere la sua improvvisa ricchezza in rapporto con la dilagante povertà che lo circonda. Farebbe in buona sostanza quello che ha fatto Anthony John personaggio di Jerome Klapka Jerome. Nell’omonimo romanzo (La storia di Anthony John, ora tradotto da Armando Rotondi per le Edizioni della Sera) questo personaggio di conclamata discendenza dickensiana percorre tutta la scala sociale, iniziando come apprendista in una bottega in un malfamato quartiere di una immaginaria città operaia dell’Inghilterra tardo vittoriana (Millsborough) e finendo non come semplice capitano d’industria, bensì come un monopolista che ha il controllo diretto o indiretto di quasi tutte le attività produttive del distretto. Quello che il giovane Anthony stenta a vedere e riconoscere è la povertà che ha fatto da quinta naturale della sua infanzia e adolescenza. Il contrasto tra ricchezza e desolazione invece salta bene agli occhi del grande imprenditore, illuminato (proprio come uno scrittore, un filosofo, un artista) dal suo profondo desiderio di sondare l’animo umano e di trovare risposte alle domande ultime. Come se il concetto di povertà fosse una conquista interiore della maturità dell’uomo e soprattutto dell’uomo arricchito. Si trova infatti quasi alla fine del racconto un monologo interiore di Eleanor, la moglie di Anthony, di cui condivide l’afflato religioso e i dubbi esistenziali. “Era necessario essere ricchi per rendere i propri figli felici? – si chiede Eleanor -. L’infanzia non vede l’utilità della ricchezza. I piaceri della gioventù possono essere acquistati per poco più della salute e del cameratismo”. Il celebrato campione dell’umorismo britannico (Tre uomini in barca, 1889) che ha battuto la strada per colleghi come Anthony Powell, Evelyn Waugh e ovviamente P.G. Wodehouse, sul finire della sua lunga e osannata carriera di scrittore smette i panni del fine umorista per indossare quelli dello scrittore impegnato. Un engagè ante litteram, vicino anche per età al socialismo cristiano di un John Ruskin o di un Edmondo De Amicis. Accostamenti suggeriti dallo stesso traduttore nella sua prefazione al romanzo, pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1923. Qui in questo racconto tutto è denaro, ma tutto è anche dubbio. Il dubbio che assale chi potrebbe cambiare le condizioni di vita dei poveri e che, permeato da un calvinismo molto solido, dubita della validità di un sistema puramente assistenziale. La povertà, è il senso ultimo dei ragionamenti cui perviene lo stesso protagonista, è una condizione che va combattuta dall’interno. L’uomo deve essere padrone del suo destino deve riscattarsi e non farsi assistere o blandire da una mano pietosa. Il trauma della prima guerra mondiale aveva radicalmente mutato le prospettive anche degli scrittori di successo come Jerome K. Jerome. La sua fede religiosa entra in crisi e perde contatto non con il Sacro ma con la Chiesa. Come già era entrata in crisi l’ipotesi stessa di una società solamente socialista prefigurata nel primo romanzo distopico che si conosca The new utopia (1891). Insomma quando Jerome scende dalla barca dell’umorismo, quello che il suo occhio incontra è una società devastata. Non solo le macerie esistenziali prodotte dalla Grande guerra ma anche i forti contrasti sociali con cui l’industrializzazione ha macchiato la società britannica di inizio Novecento. E il punto di vista che assume, con questo romanzo, non è quello dell’intellettuale o dell’artista engagè ma proprio quella del ricco imprenditore che fa i conti con il suo successo misurandolo sulla desolazione che trova intorno a sé.