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Barbara Silbe

4 Ottobre Ott 2017 04 ottobre 2017

La responsabilità di chi insegna la fotografia

Da qualche anno si usa e si abusa del termine "storytelling", anche in fotografia. Giusto per essere didascalici e spiegare a chi non sa, è l'arte di raccontare storie attraverso una serie di immagini più o meno corposa, più o meno efficacemente. Ai corsi, quando sono seri, si impara questa disciplina. Si prende consapevolezza di che cosa sia l'arte dell'affabulazione e di quali siano gli strumenti per arrivare a catturare davvero l'interesse del pubblico. E' una cosa un po' diversa dal réportage: se questi è più legato ad avvenimenti di attualità e di cronaca, il racconto documentale fotografico può allontanarsi dai fatti contemporanei e slegarsi dalla realtà immediata per diventare meditazione, invenzione che si regge addirittura sulla fantasia. Tutto bello, quando è ben fatto. Sull'esercizio complesso del racconto fotografico sono sempre fioriti corsi, seminari, workshop ai quattro angoli del globo terracqueo. Oggi l'offerta è quanto mai varia. Consiglio: quando vi iscrivete a uno di questi, prima dovreste andare a vedere se il maestro è stato capace di raccontare le sue, di storie. E di arrivare a chiudere con un bel finale. E di tenervi in sospensione durante il racconto. Pensateci, è un po' come per la scrittura: se il romanzo non vi è piaciuto, non andate dall'autore a chiedergli consigli, giusto? Costruire una storia non è mica una cosa così semplice. Bisogna focallizzarsi su un protagonista, pensare a un inizio, a uno sviluppo della trama, a una conclusione, a come incastrare e interpretare i fatti, a qual è il messaggio che volete veicolare... Insomma, ci vuole una certa disciplina e non è un'azione romantica, ma duro lavoro e impostazioni ferree da affiancare a una buona dose di cultura. Oggi però, la fotografia pare essere diventato uno di quei mestieri dove anche chi pratica da dilettante si sente autorizzato ad assurgere al ruolo importante e rischioso dell'insegnante, spesso senza averne le capacità. Succede per varie ragioni, prima fra tutte quella del vil denaro: chi intraprende il mestiere dignitoso di fotografo (commerciale, artistico, giornalistico che sia il suo indirizzo), fa sempre più fatica a guadagnare e a barcamenarsi in un mercato di ristrettezze, e capita allora che anche la strada dell'insegnamento diventi una possibilità. Dal loro punto di vista, anche gli improvvisati, fanno qualcosa di ovvio e giusto, meno da quello di chi, da discente, spende i suoi soldi per andare a imparare da chi non sa insegnare. Succede anche nel ballo: ti appassioni a un tango e tieni bene il tempo, subito ti viene in mente di fondare una scuola. Trovi anche chi si iscrive, ignaro, convinto che gli trasmetterai quel sapere che già tu, ballerino, fatichi a penetrare. Invece continuerà a inciampare e a pestare i piedi degli altri anche dopo aver comprato le scarpette più costose sul mercato. Così, per un inevitabile effetto domino, generazioni di aspiranti danzatori (e fotografi), saranno rovinati nei secoli dei secoli. Alle mazurche sbagliate, preferite sempre un bel Negroni, che a volte è meglio ballare da soli...