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Fabrizio Boschi

27 Giugno Giu 2017 27 giugno 2017

Una magistratura allegra

Renzi chiama, la magistratura risponde. Che Henry John Woodcock conducesse inchieste, per così dire, con modalità «allegre»,  lo diciamo dal 2001, visto che in questi 16 anni il pubblico ministero ha indagato tutto l’indagabile: parlamentari, presidenti di Senato, segretari di partito, ministri, primi ministri, sindaci, ambasciatori, reali, imprenditori e soubrette. Tutte inchieste molto fumo e poco arrosto, per lo più scoppiate in aria come bolle di sapone. Ma adesso che il leggendario sostituto procuratore di Napoli ha osato toccare il Pd e l’intoccabile segretario, Matteo Renzi, allora la magistratura si sveglia e apre un fascicolo contro il suo pm. Curioso. Un tempismo decisamente anomalo. Anche perché in questi mesi infuocati dell’inchiesta Consip, tra intercettazioni vere o presunte, bisteccate a Rignano sull’Arno, generali e capitani indagati, ministri elusivi, sindaci e amministratori delegati spioni, complotti e intrighi da spy story, interviste rubate alle nonne di Matteo, libri scoop su Matteo, telefonate affettuose tra Matteo e il babbo, articoli e articolacci su Matteo, querele e controquerele, c’è da dire che Renzi le sue missive le ha fatte arrivare a chi di dovere. Più volte si è espresso in modo celato oppure diretto, riguardo all’inchiesta che ha coinvolto babbo Tiziano. Il 16 febbraio trapela che Tiziano Renzi è indagato per concorso in traffico di influenze. Il 7 marzo lui stesso attacca: «La verità in questa storia è che colpiscono me per puntare su mio figlio Matteo». E il giorno dopo, il figlio a Porta a Porta: «Nessun legame umano viene prima della legge. Non entro nelle indagini e non giudico. Si vada a sentenza, chi è innocente non ha paura della verità». Poi trascorrono settimane quasi nel totale silenzio. Anche il 12 marzo alla convention del Pd al Lingotto di Torino, la parola Consip è tabù. Renzi si limita a dire: «Noi siamo dalla parte della giustizia che qualcuno, anche nel nostro campo, ha confuso col giustizialismo». Ma il 10 aprile il colpo di scena: il capitano del Noe, Gianpaolo Scafarto, viene indagato per aver falsificato un’intercettazione in cui veniva citato Tiziano Renzi. E allora iniziano i messaggi subliminali agli amici magistrati. «Sarebbe stato facile per me venire qui e dire “avete visto?” - dice Renzi a Porta a Porta - Niente di tutto questo. È molto strano quanto sta accadendo ma ho la più totale fiducia nella magistratura, la verità verrà a galla». Il 12 aprile tocca a Tiziano fare il duro: «Chi ha sbagliato deve pagare». Il 7 maggio l’assemblea lo proclama segretario del Pd. E il 16 esce sul Fatto l’anticipazione al libro di Marco Lillo Di padre in figlio, con l’intercettazione di una telefonata tra Renzi junior e Renzi senior del 2 marzo, nel quale l’ex premier sembra recitare la parte di un copione, sapendo benissimo che il suo telefono era sotto controllo: «Babbo, questo non è un gioco, devi dire la verità, solo la verità». Su Facebook, la recita continua: «Da uomo delle istituzioni non potevo fare diversamente, avevo il dovere di dirgli di andare lì e dire la verità. Chi ha sbagliato pagherà fino all’ultimo centesimo». Il 20 maggio lo sfogo: «Un piano eversivo per colpire il mio governo». E il 26 maggio al Maurizio Costanzo Show insiste: «Voglio la verità su questa vicenda, ci sono troppe cose che non tornano e chiedo che sia fatta luce». Fino a ieri, quando a OreNove, la rassegna stampa del Pd, ha ammesso che «su questa vicenda ho perso molto consenso. Ma io la prendo sul ridere». E il tweet dell’ultimo minuto: «Il garantismo è un valore sempre, oggi lo è di più. L’avviso di garanzia è atto a tutela del cittadino Woodcock. No alle polemiche, grazie». Prego.