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Alessandro Bertirotti

10 Settembre Set 2018 10 settembre 2018

Macron, la Libia e la povera Italia

È tutta questione di… ritorno al presente. E’ tempo di chiarezza. Anche se richiede coraggio. I fatti serissimi e tragici di questa estate (il crollo del Morandi, la questione della Diciotti, oltre al resto…) mi hanno fatto comprendere che noi italiani siamo campioni planetari di due discipline sportive praticate con la lingua. L’organo, il cui movimento, notoriamente, non implica un eccessivo dispendio energetico e avviene inconsciamente, dà vita in noi italiani al “santosubitismo” ed al “responsabilesubitismo”. Appena accade qualcosa di apparentemente buono siamo immediatamente pronti a beatificare l’autore di quel fatto senza porci domande. Con la stessa enfasi, appena accade qualcosa di grave, ognuno di noi si trasforma all’istante in un tuttologo giurista, ingegnere, medico, politologo, economista e così via, pronti a trovare istantaneamente un responsabile e, quindi, un capro espiatorio da asfaltare. E diventa così naturale non porsi nemmeno un interrogativo, tanto è più importante urlare forte il nome di turno, specialmente se è quello pronunciato dalla parte politica per la quale facciamo il tifo. Avere, invece, una visione critica? Un po’ di prudenza nell’attendere, prima di inveire? Magari, verificare la fondatezza dei messaggi su Facebook, Instagram e Twitter? È davvero chiedere troppo all’intelletto italiano? Facciamocene una ragione. Noi italiani siamo cosi, antropologicamente così. E forse non solo noi, ma questa è un’altra storia. Ma la cosa peggiore è che all’estero lo sanno. Perché ci osservano. Curano le nostra malattia dell’approssimazione, unita alla memoria corta, proprio con il suo veleno, cioè rintuzzando le nostre divisioni interne, anziché con il suo antibiotico, ossia il dialogo tra le nostre  parti politiche nazionali. E noi, immancabilmente, ogni volta cadiamo nel tranello. Anche stavolta, mentre assistiamo alla lotta in terra libica. Conosciamo gli eventi. Gheddafi era un sanguinario, lo sappiamo. Ma avendo una visione politica ed una solida cultura storica, aveva trovato la ricetta per pacificare le lotte intestine libiche. Fiumi di denaro liquido riversati nelle diverse tribù rivali; aumento del reddito medio pro capite e creazione di infrastrutture. Aveva saputo ristabilire una pace interna che molto ha giovato al Mediterraneo. Certo, seppur ad un costo altissimo, ha giovato anche all’Italia. La pax libica ci ha fatto fare grossi affari in quelle terre. Poi, la cordata europea ed americana capeggiata dalla Francia ha deciso di eliminare Gheddafi. Sappiamo tutti come venne deciso il raid e conosciamo il profondo rammarico di Berlusconi che osteggiava l’interventismo bellico europeo. Sarkozy attaccò senza neppure avvertirci e la storia ci ha rivelato la ragione di questa mossa: il 2 aprile 2011, il funzionario di Stato Sidney Blumenthal inviò ad Hillary Clinton una mail con cui la informava che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa che si utilizzava in 14 delle ex colonie, con una moneta panafricana. Il suo scopo era quello di liberare l’Africa dal giogo economico-finanziario francese, poiché, in quel preciso momento, ben il 65% delle riserve economiche presenti in Francia, provenivano dalle ex colonie. Eliminato il Mu’ammar Gheddafi, la Libia è esplosa, e le numerose tribù di cui si compone hanno ripreso le antiche contrapposizioni, creando diversi e distinti governi, capeggiati ora da un capotribù ora da un altro. Ricordiamo quanto è costato, specialmente a noi italiani, tutto ciò in termine di sbarchi? Scrivo questo per agevolare in noi un’operazione di “trazione della memoria”. Solo così possiamo comprendere come siamo arrivati agli accordi Libia-Italia per il contenimento degli arrivi africani sulle nostre coste. Rammentate come siamo giunti allo slogan di Minniti “gli sbarchi sono diminuiti dell’80%”? (Spero di sì dato che, recentemente, ho pubblicato un articolo su questo argomento ed in questo blog). In effetti, in cambio di denaro, motovedette, messa a disposizione di nostri militari per insegnare alle milizie locali come si respingono i disperati dall’area subsahariana e come si chiudono i confini, consentendo ai libici la costruzione di veri e propri campi di detenzione (dove si perpetrano orripilanti violenze), abbiamo ottenuto la diminuzione degli sbarchi. In effetti, non è merito dell’attuale Governo se l’emergenza sbarchi non esiste più, perché il colpo finale ai neri glielo hanno assestato i precedenti governi. Avete capito bene. Anche se l’Aquarius e la Diciotti hanno sollevato tanto starnazzamento mediatico, in Italia non esiste più un’emergenza sbarchi. Adesso, le nostre emergenze sono ben altre e sono due: sul versante dell’immigrazione, abbiamo il problema di una politica di integrazione, mentre sul versante esistenziale generale, abbiamo il problema della realizzazione del programma economico di governo. Mentre dovremmo stare tutti qui, a natiche strette, in fervente attesa che le promesse elettorali vengano adempiute, i nostri politici continuano a darci in pasto le storie sugli sbarchi. La ragione di ciò è semplicissima: l’Italia non è un paese autonomo. Non possiamo sforare il famoso 3%, e ad oggi non ci sono gli strumenti economici e nemmeno quelli giuridici (né si intravvede all’orizzonte la possibilità di crearli) per il reddito di cittadinanza, la flat tax, la riforma delle pensioni. Quindi si deve parlare di “altro”. Abbiamo grossi problemi, che, paradossalmente, ci costringono a continuare l’allattamento dalla “mamma cattiva”, cioè l’Europa. Inoltre, la crisi libica di queste ore sta aggravando la situazione, perché, non scordiamolo, l’ENI ha la sua roccaforte proprio in Libia. Gli italiani sostengono il governo di Fayez Sarraj di Tripoli, mentre la Francia supporta quello delle milizie del Premier Khalifa Haftar di Tobruk che spingono verso Tripoli. Ed in questo scontro, si gioca la partita Italia-Francia. È vero, Sarkozy ha voluto far fuori Gheddafi, e l’anno scorso la Francia ha convocato l’incontro tra Fayez Sarraj e Khalifa Haftar, a nostra insaputa. E poi ha voluto organizzare le elezioni in Libia anche contro il volere italiano. Ma c’è un fatto. L’Europa non si sta occupando di questa guerra intestina. Gli Stati Uniti di Trump neppure. Stesso comportamento lo stanno adottando i Paesi del nord Europa. Gli stati di Visegrad non ne vogliono nemmeno sentir parlare. Anzi, a proposito di questi ultimi, i nostri politici sono tanto ciechi da non accorgersi che Orban non sarà mai nostro alleato. Dimenticano che il Trattato di Dublino è nato proprio per superare il problema legato alla chiusura, da parte dell’Ungheria, delle frontiere all’immigrazione via terra, provocando, così, l’immigrazione via mare che ha afflitto le nostre coste. Mettiamocelo bene in testa: Orban non è un nostro alleato ma un nostro avversario, dal momento che non vuole partecipare alla redistribuzione del flusso migratorio. Con il benestare della Sig.ra Merkel. Specialmente ora, che i libici inizieranno a scappare dalla loro terra e, come accadde ai tempi dell’Albania, v’è da attendersi che anche in Libia siano aperte le carceri dove attualmente sono detenuti molti terroristi. E, allora, quale via dobbiamo percorrere, quali soluzioni abbiamo? Una sola. Comprendere che il democratico Macron sta utilizzando il sovranismo italiano per giocare, in vista delle elezioni Europee, la stessa partita che ha giocato, in casa, con Marine Le Pen, convertendo le europee in un referendum: “Cittadini europei, volete il progresso democratico o la tirannia sovranista”? Smettiamola di strizzare l’occhio agli argomenti veterofascisti, tagliamo il cordone ombelicale sottotraccia con la frangia casapoundista, e cerchiamo di non prestarci al gioco barbino dei francesi. Dovremmo comprendere che Macron, con la politica protezionistica nei confronti degli stretti interessi della Francia e dei Francesi, è il vero, unico ed indiscusso sovranista d’Europa, perché, mentre i nostri politici parlano tanto e mostrano i muscoli quando arriva una nave carica di disperati (salvo, poi, dover necessariamente aprire i porti perché i trattati internazionali che l’Italia ha firmato dalla notte dei tempi sino ad oggi obbligano ad aprire i porti), Macron agisce. Lui è forte di un’economia francese imperialista in Africa e autonoma in Europa, Il Presidente francese impone la sua politica. Ricordiamolo bene: Macron chiude la frontiera a Ventimiglia così come Orban ha chiuso le frontiere in Ungheria, con il risultato che tra Macron ed Orban non c’è alcuna differenza. Dovremmo comprendere che lo slogan “prima gli italiani” non va usato nell’accezione populista di chi vuole anteporre i bianchi italiani ai neri africani. “Prima gli italiani” significa salvaguardare l’economia italiana, pensare alle perdite che gli italiani subirebbero se i nostri politici non fossero presenti a curare gli interessi italiani sul territorio libico. Dovremmo riflettere che spaccarsi politicamente all’interno dell’Italia sulla questione libica è la primissima breccia per essere relegati nel qualunquista “niente” dello scacchiere in Africa. Sul campo ci siamo solo noi italiani ed i francesi. È conveniente spaccarci al nostro interno e, divisi, contrapporsi alla Francia in modo cieco e scomposto ? No, sarebbe la nostra fine. Sarebbe la riaffermazione dell’intangibilità del Franco Cfa e, quindi, il rafforzamento sia dell’imperialismo francese in Africa sia dell’imperativismo di Macron in Europa. Ed allora, sebbene abbiamo ottimi motivi di prurito nei confronti di Macron, Conte ed i Vice Premier Di Maio e Salvini debbono cercare di comporre un asse italo-franco con cui risolvere la questione libica. Facciamo appello alla ragion di Stato. Dobbiamo avere l’appoggio dell’Europa nella realizzazione delle nostre misure economiche, e dobbiamo proteggere tanto la nostra posizione e la nostra autorevolezza in vista delle elezioni europee, quanto i nostri interessi in Libia. Queste sono le nostre priorità e le nostre finalità. “Prima gli italiani” è tutto ed anche questo. E lo sto scrivendo, perché l’antropologia insegna, se vogliamo ricordare la storia, la nostra storia. La tattica della contrapposizione alla Francia non deve diventare la strategia di una guerra a Macron. Abbiamo la necessità di uscire vincenti da questo confronto, e l’unica strada è compattarci al nostro interno cercando una soluzione politica con i francesi. Non dobbiamo allearci per l’eternità, solo superare l’impasse senza lasciare sul campo troppi “cadaveri” italiani. Che ci piaccia o meno, non abbiamo alternative.