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Gaia Cesare

1 Aprile Apr 2017 28 giorni fa

Brexit, si parte: la Terza Via di Theresa May

Missione compiuta. A nulla sono serviti i ricorsi e il voto del Parlamento di Londra, che alla fine ha consacrato l’esito del referendum popolare. A nulla è servito il pressing per una nuova consultazione in grado di sovvertire il risultato del 23 giugno 2016. Il governo conservatore di Theresa May ha mantenuto la promessa e avviato l’iter per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il 29 marzo 2017 entra negli annali. Perché ci sono Paesi che fanno la Storia e altri che la subiscono. E il Regno Unito non è abituato a stare a guardare. Quarantaquattro anni dopo il matrimonio con cui Londra si è unita alla Ue e 279 giorni dopo la rottura sancita nelle urne dal Leave (51.9% a favore dell’addio all’Europa, 48.1% contrari), la moglie stanca e a suo modo "tradita" lascia mister Ue. Ora si aprono le pratiche per il divorzio, termine poco gradito alla premier May ma in realtà azzeccato. Chi se ne va - la Gran Bretagna - sfodera orgogliosa la propria decisione e usa apparentemente toni concilianti, salvo poi minacciare ripercussioni. Chi invece ha subìto la scelta - le istituzioni europee - si prepara a dar filo da torcere al coniuge in fuga. Cominciano così due anni di difficili trattative, a cui il governo inglese arriva determinato, nonostante il Paese sia ancora spaccato. Londra si è ripresa la sovranità, potrà decidere sulle proprie leggi senza più vincoli se non quelli della propria convenienza (anche se finirà per assorbire migliaia di regolamenti europei e il governo rischia un nuovo braccio di ferro con il Parlamento di Westminster che vorrà avere l’ultima parola). Quanto ai negoziati con Bruxelles non sarà una partita facile. Il Regno Unito non fa più parte del mercato unico e punta a un accordo commerciale con l’Unione Europea che lo equipari. L’obiettivo è garantire le proprie esportazioni, essendo la Ue destinazione del 47% dell’export britannico. Bruxelles, dal canto suo, non lascerà che si arrivi a un'intesa senza aver fatto pesare alla Gran Bretagna l’enormità della sua decisione. Non a caso, dalla moglie in fuga, Bruxelles pretende già il pagamento degli alimenti: 60 miliardi per ottemperare agli obblighi finanziari previsti dai programmi europei fino al 2020. I sondaggi e l’ipotesi di un mancato accordo Saranno mesi duri e semmai le cose si complicassero troppo, Londra ha messo in chiaro: nessun accordo è meglio di un cattivo accordo (un sondaggio dice che il 52% degli inglesi condivide questo approccio). Tradotto: Londra potrebbe lasciare la Ue e sbattere la porta anche senza un’intesa. Divorzio non consensuale. Con prevedibili ripercussioni in campo commerciale e sulla sicurezza. Difficile, però, che i Paesi Ue vogliano davvero entrare in guerra con la Gran Bretagna, che resta un ottimo mercato. Improbabile che l'Europa voglia indebolire la collaborazione contro il crimine e il terrorismo, come ha lasciato intendere minacciosamente il governo inglese se dovesse saltare il tavolo dei negoziati. D’altra parte l’esecutivo Conservatore ha le spalle larghe per prendere anche decisioni difficili. I sondaggi danno i Tory avanti di almeno 13 punti percentuali e fino a 19 rispetto all’opposizione laburista. Theresa May ha il vento in poppa. Eppure un fallimento non è da escludere e potrebbe stroncarla. Con la Brexit, la premier si gioca in un colpo solo tutta la propria credibilità: il suo futuro da leader, il posto del Regno Unito nel mondo e quello dell’Unione lunga 300 anni con la Scozia. Per un divorzio su cui trattare, c’è anche un rapporto di lungo corso – quello con Edimburgo - che andrà salvato. Due tavoli sui cui negoziare, due partite parallele e cruciali da giocare. Il dossier Scozia Intanto però la premier può celebrare la prima grande vittoria del suo mandato: è riuscita a passare indenne per le forche caudine del voto di Westminster dopo aver sopportato lo schiaffo dell’Alta Corte, che ha stabilito l’inevitabilità del passaggio parlamentare prima di poter invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che prevede l’uscita dall’Unione. Ha superato indenne la fronda interna ed europeista del suo partito. E anche sulla spinosa questione Scozia ha preso l’unica decisione saggia: ha escluso un nuovo referendum nell’immediato ma non in futuro. Un eventuale voto slitta di qualche anno, perché gli scozzesi possano decidere davvero su quale alternativa votare e solo dopo aver visto che volto e che conti avrà il Regno Unito nella sua nuova veste globale. Intanto la premier prende tempo con l’obiettivo di strappare a Bruxelles un’intesa che possa andar bene anche agli scozzesi (le cui esportazioni verso il Regno Unito sono di quattro volte superiori a quelle verso l'Unione Europea). E semmai l’indipendenza passasse davvero, un giorno, tramite un secondo referendum, Edimburgo si troverebbe nella difficile situazione di dover cominciare da zero l’iter di ingresso nella Ue, essendo ormai la regione di un Paese fuori dall’Unione. Gli scozzesi dovrebbero pensarci sul serio. Nazionalismo e globalismo Le sfide che Theresa May si trova davanti saranno cruciali, i giudizi sul suo operato e quelli sul suo governo impietosi, con gli occhi del mondo a guardare un esperimento che farà scuola e che ha già fatto Storia. La leader inglese intanto ha già trovato la sua strada. E al di là delle false apparenze, è un sentiero lontano dagli estremismi. Nell’epoca in cui destra e sinistra sono sbiadite, nell’era in cui la politica si divide fra nazionalisti e globalisti, Theresa May sta offrendo alla Gran Bretagna e al mondo una Terza Via, declinata a destra. L’ha ribattezzata così l’analista politico James Forsyth, che rievoca la Third Way di Clinton e Blair. E sembra la sintesi che rispecchia meglio il percorso sul quale si è incamminata la premier inglese: nazionalista abbastanza da aver traghettato il Regno Unito fuori dall’Europa, globalista quanto basta per credere che il Paese possa vivere della propria vocazione internazionale e che il suo governo possa ancora offrire con la globalizzazione un’occasione per chi si sente tagliato fuori dal sistema. Diversa dall’isolazionista Trump e dall'anti-global Le Pen. Se vincerà la sfida della Brexit, sarà davvero difficile spodestare Theresa May da Downing Street. Vignette di Dave Brown per l'Independent