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Gaia Cesare

20 Giugno Giu 2017 20 giugno 2017

Fuga dalla Ue, fuga da Londra

E d’improvviso il Regno Unito si trovò con quasi 100mila immigrati europei in meno. Mentre il ministro David Davis discute in queste ore a Bruxelles il delicatissimo dossier che definirà l’uscita del Paese dall’Unione Europea e lo status dei cittadini europei che vivono e lavorano in Gran Bretagna, la Brexit ha già prodotto il primo effetto tangibile. Circa 117mila cittadini europei hanno lasciato il Paese nel 2016 (il tasso più alto dal 2009) e i dati sul tasso netto di migrazione (la differenza, cioè, fra i 588mila immigrati e i 339mila emigrati) dicono che il Paese ha registrato 84mila presenze nette in meno di cittadini provenienti dal vecchio continente, per un bilancio totale fra immigrati ed emigrati di 248mila nel 2016, il livello più basso degli ultimi tre anni. Non è la cifra che vorrebbero i Conservatori, il cui obiettivo è di far scendere il tasso intorno alle 100mila unità (“decine di migliaia”, dicono loro). Ma è la prova che nonostante la Gran Bretagna resti ancora la terra dei sogni e delle grandi opportunità, la grande fuga di molti europei dal Paese è già cominciata mentre contemporaneamente la Brexit, con tutte le sue incertezze, disincentiva molti altri a mettere piede a Londra e dintorni. Secondo l’Ufficio nazionale di Statistica, in 40mila in più rispetto al 2015 sono emigrati nell’anno del fatidico referendum. Si tratta soprattutto di cittadini europei che nell’era post-Brexit stanno lasciando il Paese più di quanto non abbiano fatto negli ultimi sei anni. Non solo: a differenza dell’anno precedente, sono 43mila in meno quelli che hanno scelto il Regno Unito come propria destinazione, soprattutto i polacchi (25mila in meno e 16mila hanno deciso di andarsene) e altri cittadini dell’Est Europa che hanno costituito finora la più ampia manovalanza europea del Paese (ma dopo romeni e polacchi, ci sono gli italiani). Il tasso netto di migrazione dall’Est del vecchio continente ha raggiunto nel 2016 la quota più bassa dal 2004, da quando cioè Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Slovenia, hanno raggiunto la Ue. E Londra si ritrova ora anche con 32mila studenti internazionali in meno. Pur restando un’attrazione per i giovani in cerca di futuro, il numero di coloro che hanno scelto di frequentare le università inglesi è sceso a quota 136mila. La traballante Theresa May, reduce dalla semi-disastrosa performance elettorale che ha deluso le sue stesse aspettative (ha perso la maggioranza assoluta) può tirare un sospiro di sollievo nella speranza di avvicinarsi all’obiettivo di 100mila migranti netti. Eppure il dato sull’immigrazione rischia di dare un’ulteriore colpo all’economia britannica. Lo aveva detto l’ex cancelliere dello Scacchiere George Osborne, l’uomo di David Cameron silurato dalla May in occasione del cambio di regime post-Brexit. L’obiettivo di 100mila migranti netti è “analfabetismo economico”. I timori riguardano alcuni settori nevralgici del business e del welfare. Tra il 2000 e il 2011, i migranti europei hanno contribuito per circa 20 miliardi di sterline alle finanze pubbliche pagando con le loro tasse più di quanto non abbiano ricevuto in benefit dal welfare inglese. La loro contribuzione netta è di 7 miliardi l’anno. Non solo. Come ha ammesso lo stesso ministro per la Brexit, David Davis, “ci sono interi settori completamente dipendenti dai migranti, dalla sanità ai servizi sociali ed è necessario fare in modo che funzionino”. I rischi però sono alti. Mentre cresce il numero degli europei che corrono a richiedere la residenza permanente per poter restare in Gran Bretagna (77mila tra ottobre e dicembre 2016 e addirittura 103mila nei primi tre mesi del 2017), il dato più preoccupante è la grande fuga dal sistema sanitario inglese, legata anche alle politiche di austerity. Secondo dati ufficiali, le domande di lavoro degli infermieri europei sono crollate del 96 per cento dal referendum e ci sono almeno 24mila posti liberi da coprire mentre metà delle infermiere attualmente occupate potrà andare in pensione a partire dal 2020. Sfide che rischiano di mettere a dura prova il sistema, anche se avvicinano i Conservatori all’obiettivo di riduzione dell’immigrazione che si sono prefissi. È la naturale conseguenza della Brexit, che provoca la grande fuga da Londra mentre Londra studia la fuga più vantaggiosa da Bruxelles. Twitter: @gaiacesare Vignetta di Chappatte per International New York Times ("Liberi finalmente...E ora chi accuseremo dei nostri problemi?")