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Gaia Cesare

4 Settembre Set 2017 04 settembre 2017

La paura di essere chiamati razzisti

La destra, i suoi elettori e i suoi esponenti di spicco, sono abituati. Quando c’è un caso di cronaca nera - delitti violenti e stupri come quello di Rimini commessi da stranieri, immigrati, richiedenti asilo o immigrati di seconda e terza generazione - il sospetto di un interlocutore di sinistra è sempre quello di dibatterne trovandosi di fronte un razzista. Ora però, anche a sinistra, cominciano a levarsi voci che denunciano un clima di paura, quasi di omertà, fra intellettuali e cittadini comuni, spinti a tacere o a evitare di affrontare temi scottanti relativi a minoranze etniche o comunità religiose per il terrore di essere bollati con il marchio del razzismo. Nelle ultime ore a sollevare un polverone è stata la deputata inglese Sarah Champion. Laburista, ex ministro ombra per la Prevenzione degli Abusi, Champion è stata costretta a dimettersi qualche settimana fa dal ruolo di ministro per le donne e le pari opportunità nel governo di opposizione del Labour dopo aver dichiarato che “la Gran Bretagna ha un problema con i suoi cittadini di origini pachistane che sfruttano e stuprano ragazze bianche” e che “le persone hanno più paura di essere chiamate razziste che di denunciare abusi sessuali sui minori”. Le sue dichiarazioni arrivano dopo i casi di Newcastle e la scoperta di una rete di decine di uomini britannici di origini bengalesi, indiane, pachistane, iraniane e turche, che per anni hanno adescato, drogato e stuprato centinaia di ragazze, tra cui molte minorenni e per i quali sono finora stati condannati in 17. Prima ancora – nel 2014 - a Rotherham, la circoscrizione della parlamentare inglese, era stata scoperta una rete di asiatici che per circa vent’anni ha stuprato fino a 1400 bambini. Fatti di poco successivi a quelli di Rochdale, dove nove uomini sono finiti in manette per sfruttamento sessuale di minori. Il giudice che li ha condannati ha riferito di come avessero trattato le giovani prede, molte ragazzine, come se fossero “senza valore, andando ben al di là di qualsiasi forma di rispetto”. Champion denuncia: “Ho incontrato direttamente assistenti sociali – parlo di dieci anni fa – che quando cercavano di denunciare crimini di questa portata venivano mandati a fare corsi sulle relazioni razziali. Accade ancora. Così capita che persone come me vengano accusate dalla destra di non affrontare il problema e dalla sinistra di essere razziste”. Jeremy Corbyn, leader del Labour che scalda i motori per entrare a Downing Street, non ha avuto dubbi e ha chiesto le dimissioni della deputata dal suo Gabinetto Ombra. Troppo imbarazzante avere nella sua cerchia chi collega gli abusi sessuali a questioni razziali. Ma la deputata tocca un nervo scoperto in Italia e in altri Paesi d’Europa. Parlare di un problema di comunità, del valore che alcune di queste attribuiscono alle donne, dibattere dell’uso che fanno della violenza, è diventato un tabù capace di fermare la denuncia di reati o crimini efferati? In fondo è successo a Colonia, con i fatti di Capodanno e il sospetto che all'inizio si sia minimizzata la reale portata delle molestie commesse da giovani arabi e nordafricani contro le donne in piazza per la paura delle autorità di essere accusate di razzismo e per evitare di alimentare eventuali tensioni o strumentalizzazioni politiche. Succede in queste ore in Italia, dove il dibattito è centrato sullo scontro immigrati sì-immigrati no. E si ripete ogni volta che di fronte a un attentato di matrice islamista, si tenta di affrontare la questione, chiamando in causa la comunità islamica e il valore che una delle religione più praticate al mondo attribuisce alle donne. Lo spiega bene la stessa Champion: “Se certi crimini venissero commessi da una gang di motociclisti, riconosceremmo quel dato come un indicatore e affronteremmo il problema. Invece – insiste lei – ecco che scatta la paura di essere definiti razzisti”. In molti hanno già sollevato la questione proprio nel caso dell’islam radicale e hanno parlato di sinistra regressiva. Non progressista dunque. Una sinistra che quando si parla di comunità islamica, per esempio, finirebbe per fare un passo indietro invece che uno avanti, con la paura di affrontare il problema o addirittura semplicemente di chiamarlo con il proprio nome, temendo l’accusa di islamofobia (è successo al presidente Obama nel caso degli attentati terroristici, per i quali non ha mai pronunciato la parola islam). Eppure – lo disse proprio Obama nel 2013 rivolgendosi agli afroamericani – “a nessuno importa se avete subito delle discriminazioni. Non c’è più tempo per le scuse. Non perché il razzismo e le discriminazioni non esistano, ma perché nessuno vi darà niente che non vi siete guadagnati”. In fondo – ed ecco la denuncia di alcuni intellettuali e attivisti come Maajid Nawaz e Ayaan Hirsi Ali, entrambi in prima linea contro l’estremismo religioso – una parte della sinistra starebbe arretrando nella lotta all’oscurantismo di alcune minoranze in nome del multiculturalismo e della tolleranza verso altre culture. Lo stesso accadrebbe anche fra le femministe tradizionalmente vicine alla sinistra, imperterrite nello stigmatizzare la misoginia del mondo occidentale e infine più morbide o tolleranti proprio con le comunità dove la misoginia è più radicata. La deputata Champion è stata costretta a lasciare il governo ombra di Corbyn. E in suo sostegno si sono levate diverse voci, fra cui quella della direttrice della fondazione britannica Social Action che denuncia: “Parlava di un particolare tipo di adescamento di minori legato proprio ad alcune pratiche culturali e religiose. Abbiamo bisogno di un dibattito onesto e aperto sullo sfruttamento sessuale dei minori, che includa le motivazioni razziali”. Ma è davvero possibile, in Europa e altrove, affrontare questi temi senza per questo essere necessariamente definiti razzisti? Twitter: @gaiacesare