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Nicolò Petrali

6 Ottobre Ott 2017 12 giorni fa

Referendum autonomia: il "sì" è l'unica via

Il vento indipendentista catalano soffia forte sull'Europa e spaventa i vertici istituzionali spagnoli e comunitari. Si teme il cosiddetto effetto domino, vale a dire che Barcellona faccia "tana libera tutti" e scateni i sentimenti e gli entusiasmi dei tanti nazionalismi europei non ufficialmente riconosciuti. Eppure, più si approfondisce questa questione e più non si può fare a meno di notare che le ragioni del "no" o per meglio dire del fronte unionista, risultano deboli, retoriche e in alcuni casi addirittura illogiche. La tesi che va per la maggiore tra i commentatori è: "è meglio essere uniti che divisi". Ma meglio per chi? E sotto quale aspetto? Di certo l'unità non favorisce la Catalogna dal punto di vista economico visto che il suo residuo fiscale è ingente. Come termine di paragone si potrebbe usare quello di un matrimonio dove uno dei due coniugi si vuole separare. La Catalogna dice: "La nostra unione mi costa svariati miliardi all'anno. Troppo". La Spagna risponde: "Devi restare con me, è meglio perché c'è scritto nella Costituzione". Una posizione dogmatica e anacronistica che non riconoscendo un problema, non fa altro che acutizzarlo. In realtà la situazione è anche peggiore dato che il matrimonio tra Catalogna e Spagna non è stato un atto consensuale e considerato che tra le ragioni del sentimento indipendentista catalano non vi è solamente quella fiscale. Ma veniamo a noi. Cosa ci può insegnare la vicenda catalana in vista del referendum autonomista che si terrà in Lombardia e in Veneto il 22 ottobre? Abbiamo parlato di residuo fiscale, la differenza tra ciò che una regione versa allo stato centrale e quanto rientra sul suo territorio. Bene, innanzitutto la Catalogna e i catalani ci insegnano che lottare per il proprio denaro è assolutamente legittimo e giusto. Non è una pretesa egoistica come qualcuno vorrebbe far credere ma è la conseguenza più ovvia della meritocrazia, un principio che uno stato civile dovrebbe applicare di default, senza che gli venga espressamente richiesto. Ora, se consideriamo che il Veneto ha un residuo fiscale che è quasi tre volte quello catalano e che quello lombardo è pari a 54 miliardi annui, quindi più di 7 volte quello della Catalogna, si capisce bene perché il 22 ottobre lombardi e veneti dovrebbero correre in massa alle urne. La Catalogna e i catalani ci insegnano che i vecchi modelli istituzionali non sono più al passo coi tempi e che le persone non sono più disposte ad accettare posizioni dogmatiche. Non siamo più nel Medioevo dove si pensava che l'origine del potere temporale fosse divina o in epoca post-fascista dove le Costituzioni erano accettate come verità assolute. Oggi l'unica bussola deve essere quella della giustizia e della libertà. O le istituzioni lo capiscono oppure legittimamente le si sfida. Un patto sociale, se non conviene più a una delle due parti si può rompere. Anzi si deve rompere nel momento in cui vengono meno le finalità del patto stesso. Nel nostro caso, il voto è perfettamente legale e avallato dalla Stato. Perdere questa occasione per ribadire che la questione settentrionale esiste e deve essere risolta sarebbe stupido e masochistico. La Catalogna e i catalani ci insegnano anche che ottenere la libertà non è facile. Le resistenze di un sistema parassitario che lucra sui soldi della regione più ricca e produttiva di Spagna è ovvio che faccia di tutto per provare a conservare lo status quo. Il nostro Stato, concedendo il referendum, può darsi che sia più lungimirante rispetto a quello spagnolo o semplicemente più furbo. In entrambi i casi è comunque meglio andare a votare e votare sì, poi si vedrà. Ci sono dei dubbi sul metodo di questo referendum? Certo. Ci sono delle perplessità su quello che si potrà realisticamente fare dopo vale a dire quando si aprirà una trattativa con Roma? Certo. Esiste la possibilità che queste consultazioni si rivelino inutili e non risolvano la questione settentrionale? Assolutamente sì. Ci sono tantissime criticità, molte incognite e dubbi. Ma un'unica certezza. Il 22 ottobre lombardi e veneti devono votare e votare "sì". Potrebbe essere l'ennesimo voto inutile oppure quello più importante degli ultimi 20 anni. Vale la pena correre il rischio. Per restare aggiornato sui post di questo blog visita e metti il like alla pagina Facebook L’antistato, blog di Nicolò Petrali