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Giacomo Lev Mannheimer

26 Marzo Mar 2018 26 marzo 2018

La Catalogna e i nuovi nemici della libertà

Distinguere la libertà dall’oppressione, col senno di poi, è un esercizio facile. Credo sia questa, in fondo, la ragione per cui oggi la stragrande maggioranza degli italiani si dicano liberali, democratici, antifascisti. Dietro a ciascuno di questi aggettivi si cela il rifiuto verso diverse forme di oppressione alla libertà: ad esempio verso la collettivizzazione, il voto censitario, il monopartitismo. Poco più di cent’anni fa, ben pochi europei davano per scontato che simili istituzioni fossero un ingrediente fondamentale della società in cui avrebbero desiderato vivere. La maggioranza, lo dimostra la storia, era disposta a sacrificarle senza starci troppo a pensare. Eravamo tutti cretini? Probabilmente no: più semplicemente, scovare le limitazioni alla libertà presente - rispetto a quella passata - è assai più complesso. È anche molto più ambizioso, però, e più importante: prevenire è meglio che curare. Ieri in Germania, nel cuore dell’Europa ‘libera’ e ‘democratica’, è stato arrestato un uomo, Carles Puigdemont, cui viene contestato il reato di “ribellione violenta” da parte delle autorità spagnole. Puigdemont, lo sappiamo, sarebbe colpevole di aver organizzato il referendum sull’indipendenza della Catalogna dello scorso ottobre e di aver emanato la successiva dichiarazione di indipendenza, votata dal Parlamento regionale il 27 ottobre 2017. Non vale la pena di riaprire l’eterno dibattito tra giusnaturalisti e sacerdoti kelseniani della grundnorm: se abdicare alla convinzione che l’autodeterminazione debba prevalere sulla ragion di Stato è il prerequisito per poter discutere legittimamente del punto fino a cui questa ragion di Stato possa essere esercitata, abdichiamo per un attimo e concentriamoci solo su questo secondo aspetto. Le accuse mosse a Puigdemont e agli altri leader indipendentisti oggi in carcere riguardano i reati di “ribellione violenta” e di “attentato all’integrità territoriale” dello Stato. A parte il fatto che di “violento”, in quel giorno di ottobre, io ricordo personalmente solo le manganellate della polizia di Madrid a persone che facevano la fila per esprimere la loro opinione, lo Stato spagnolo da una parte rifiuta la legittimità giuridica della dichiarazione di indipendenza, dall’altra basa su quella dichiarazione le proprie accuse. In uno stato di diritto o un atto è nullo, e pertanto non produce effetti giuridici; o, per poter configurare una responsabilità penale, un atto ha prodotto effetti giuridici. Pertanto, delle due l’una: o la dichiarazione di indipendenza catalana ha valore giuridico, oppure il reato non sussiste. È proprio questo paradosso giuridico a condurci alla questione politica: per la prima volta dalla fine del franchismo, e nel resto d’Europa dalla seconda guerra mondiale, dei cittadini europei sono attualmente privati della loro libertà senza aver commesso alcuna azione violenta, né prodotto - con le loro azioni - alcun effetto giuridico. Quello che sta accadendo è, dal punto di vista giuridico, l’opposto dello stato di diritto: la prevalenza della discrezionalità politica sul rispetto delle regole. Nessun europeo oggi si sognerebbe di considerare legittima la schiavitù o l’apartheid. Eppure erano tutte istituzioni perfettamente legali. Ciò che ne caratterizza l’illegittimità non è l’assenza di democrazia nella loro adozione: tutte e tre queste istituzioni hanno convissuto con forme democratiche di gestione del potere. Ciò che ne caratterizza l’illegittimità, al contrario, è appunto l’assenza dello stato di diritto: la discrezionalità politica posta al di sopra della salvaguardia delle libertà personali. Ieri, in Germania, a Carles Puigdemont è stato negato il diritto di habeas corpus, che delle libertà personali è la pietra angolare. Lo so: le battaglie per il riconoscimento della libertà politica del passato suonano ben più eroiche di quelle di oggi: in confronto a Garibaldi o a Mandela, Puigdemont sembra un grigio funzionario. E tuttavia, circondati come siamo da continue minacce di nuovi ‘fascismi’ e totalitarismi vari, non vorrei che in Europa arrivassimo a distinguere la libertà dall’oppressione troppo tardi, ancora una volta. Ayn Rand diceva che la più piccola minoranza al mondo è l’individuo, e chiunque neghi i diritti dell’individuo non può pertanto dirsi un difensore delle minoranze. Ricordiamolo, ogni tanto, ai tanti profeti della “società aperta” che di fronte alla Catalogna fanno orecchie da mercante. Twitter: @glmannheimer