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Giacomo Lev Mannheimer

12 Marzo Mar 2019 10 giorni fa

La proposta di Elizabeth Warren contro i giganti tech

Si apre così, con questa scritta a caratteri cubitali, il post pubblicato lo scorso 8 marzo sul suo blog da Elizabeth Warren, candidata alle primarie dei Dem per le elezioni presidenziali americane del 2020. Break up. Questo è il termine che utilizza Warren, e che ha un significato inequivocabile, oltreoceano: significa letteralmente spezzarle, tanto che il post cita anche gli esempi storici dei provvedimenti da cui avrebbe tratto ispirazione: lo Sherman Act, che di fatto creò il diritto antitrust rompendo il monopolio della Standard Oil; ma anche JP Morgan, le ferrovie federali, AT&T. Tutte aziende, scrive Warren, "separate per il bene comune". Il ragionamento di Warren, in ogni caso, non si rifa al luddismo e alla nostalgia del piccolo mondo antico, ma agli effetti delle big tecnologiche su startup e innovazione. A colpi di M&A, Amazon, Facebook e Google hanno inglobato tutti i loro concorrenti, e oggi i venture capitalist hanno paura di investire in startup che già sanno che verranno schiacciate o comprate dai GAFA. "Dal 2012 ad oggi" - continua Warren "i round iniziali di finanziamento di startup sono calati del 22 per cento. Meno startup vuol dire meno competizione, meno innovazione. E intanto un ristretto gruppo di giganti agisce come bulli nei confronti del potere politico per avere immensi incentivi fiscali con i soldi dei cittadini”. Warren scende nel concreto: se andrà alla Casa Bianca, la prima cosa che vorrebbe fare è stabilire che alcuni servizi oggi forniti dai colossi tecnologici sono servizi “di pubblica utilità”, e per questo motivo separarli dal resto delle attività aziendali. E ancora: sopra i 25 miliardi di fatturato globale, marketplace e piattaforme non dovrebbero poter detenere aziende che vendano prodotti su quello stesso marketplace o su quella stessa piattaforma. Infine, Warren vorrebbe cancellare retroattivamente fusioni e acquisizioni. “Come sarà Internet dopo queste riforme?”, si chiede Warren. E conclude: "sarà un posto migliore, perché le grandi piattaforme continueranno a fare quello che hanno sempre fatto, ma contemporaneamente le piccole aziende potranno vendere i loro prodotti su Amazon senza il timore di essere sbattute fuori dal mercato; Google non danneggerà i suoi concorrenti penalizzando i loro prodotti con il suo motore di ricerca; e Facebook sarà sfidato da Instagram e Whatsapp a fornire vera protezione alla privacy degli utenti. E gli startupper avranno una chance di giocarsela con i giganti tecnologici”. Certo, la Warren per ora è un underdog e la sua è una provocazione più utile a far parlare di sé che a costruivi attorno una reale proposta politica. Ma la sua presa di posizione è significativa, perché rischia di mettere in minoranza l'ala del partito che ormai da 25 anni va a braccetto con la Silicon Valley e promuove l'innovazione digitale come strumento per raggiungere obiettivi di equità sociale. Oggi una proposta del genere è puro folklore, ma ha tutte le carte in regola per entrare di peso fra i temi centrali della prossima campagna elettorale USA. Twitter: @glmannheimer