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Giacomo Lev Mannheimer

20 Settembre Set 2016 20 settembre 2016

Non c'è proprietà senza Stato di diritto

Che il diritto di proprietà, in Italia, sia figlio di un dio minore, non è una novità. Due settimane fa, all’Istituto Bruno Leoni, abbiamo presentato un paper di Francesca Lippolis sulle procedure di esproprio nel nostro Paese. È stato particolarmente interessante, perché il tema - di per sé - può apparire arido agli occhi di un non giurista, ma se raccontato con chiarezza spiega meglio di tanti altri esempi l’incredibile disparità tra Stato e cittadini che giace incontestata nelle norme del nostro ordinamento - e quindi nelle nostre vite. L’esproprio, del resto, è tecnicamente un furto - sia pure legalizzato in nome dell’interesse generale. Senza contare il fatto che tra “l’interesse generale” e l’azione della pubblica amministrazione scorre un fiume in piena di discrezionalità, che lascia quantomeno dubbiosi sull’effettiva rispondenza dell’uno all’altra. Certo, per legittimare un comportamento che - se commesso da un privato - sarebbe in antitesi con qualunque principio di uno Stato di diritto, le costituzioni contemporanee obbligano il potere pubblico a risarcire, perlomeno, l’avvenuto esproprio. Ma ancora: soprassediamo, per un attimo, sull’impossibilità di definire un criterio che tenga conto del valore soggettivo di ogni terreno o costruzione, e poniamoci in un’ottica funzionale, cioè supponiamo che l’esproprio sia un male necessario ma imprescindibile per favorire la costruzione delle infrastrutture minime di un Paese avanzato. Supponiamo, quindi, che la “funzione sociale”, che la nostra Costituzione assegna al diritto di proprietà, sia tutto sommato un compromesso accettabile, e che in fondo la concezione “assoluta” della proprietà privata, di matrice napoleonica, altro non sia che un retaggio di un passato politico individualista e reazionario. Ebbene, anche in questo caso, prendiamo ad esempio le norme che regolano la determinazione dell’indennizzo. Sebbene il riferimento al valore di mercato quale misura dell’indennità sia comparso nel nostro ordinamento fin dalla legge fondamentale sull’espropriazione per pubblica utilità, nel 1865, la sua effettiva applicazione non ha avuto luogo prima del 2011, grazie all’influenza delle norme dell’Unione Europea. Pensate che fino agli anni ’90 l’indennizzo veniva calcolato secondo la media tra il valore venale del bene e la somma degli affitti dell’ultimo decennio. Nel 1992, si stabilì che l’indennizzo dovesse essere determinato sulla base della media tra il valore di mercato e il decuplo del reddito dominicale aggiornato e con ulteriori decurtazioni. In questo modo il compenso per l’esproprio era circa la metà del valore venale - cioè ben lontano dal valore di mercato. E nuovamente lontano dal valore di mercato quale misura dell’indennità di esproprio, il testo unico dell’8 giugno 2001 prevedeva una stima per le aree edificabili pari alla semisomma del valore venale e di dieci redditi dominicali imponibili, diminuita del 40%. Regole così complicate, in tema di espropri, sono la norma. La funzione sociale, probabilmente, andrebbe espunta dalla Costituzione - ma il problema, ed è un problema molto più grosso, è l'esistenza di uno Stato di diritto, prima ancora della funzione sociale della proprietà. Ed è un dato di fatto su cui, purtroppo, chi come me, ritiene che uno Stato più leggero sia uno Stato migliore dovrebbe riflettere.