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Giacomo Lev Mannheimer

13 Dicembre Dic 2018 13 dicembre 2018

Una pensione è per sempre

Come ogni anno, anche quest’anno la legge di bilancio si sta rivelando, più di ogni altra cosa, un ottimo strumento per perpetuare la rapina ai danni delle generazioni più giovani - e di quelle future - che va avanti da ormai più di trent’anni. Le pensioni, si sente dire spesso, sono “redditi differiti”. Questa definizione, però, è fuorviante: in un sistema a ripartizione, come il nostro, sono infatti i redditi ‘attuali’ a finanziare le pensioni, e non invece somme precedentemente accantonate (e casomai investite) dai redditi passati. Sui redditi di trenta o quarant’anni fa, le aliquote contributive medie si aggiravano intorno al 20-25% degli stipendi dei lavoratori dipendenti, e intorno al 10-15% di quelli dei lavoratori autonomi. Grazie al sistema previdenziale retributivo, allora vigente, la pensione maturata corrispondeva all’80% delle “ultime retribuzioni”. Anche tralasciando i casi (e non sono pochi…) in cui le “ultime retribuzioni” sono state considerate quelle degli ultimi mesi o addirittura delle ultime settimane del rapporto di lavoro, emerge un netto squilibrio con il trattamento riservato ai lavoratori di oggi, le cui aliquote contributive superano abbondantemente il 30% dello stipendio lordo e garantiranno, per i più fortunati, una pensione intorno al 60% delle “ultime retribuzioni”. Come si spiega questo squilibrio? Semplice: dagli anni ’70 in poi, il valore delle pensioni è cresciuto a un ritmo quasi doppio rispetto a quello dei redditi da lavoro. E questo è accaduto per una ragione ben precisa: a differenza di altri Paesi, in cui pure vige un sistema a ripartizione, la legge italiana non ha mai previsto che la spesa pensionistica tenesse conto dell’andamento dell’economia, da cui dipende ovviamente la capacità contributiva dei redditi da lavoro. Risultato: i pensionati di oggi hanno beneficiato non solo dell’esplosione della spesa e del debito pubblico, ma anche di pensioni parametrate alla crescita che ne seguì e la cui entità, oggi, viene tutelata in nome dei “diritti acquisiti” nonostante le prospettive di crescita, l’elasticità del bilancio pubblico e le aliquote contributive siano nettamente peggiorate rispetto ad allora. Poco più di quarant’anni fa, i sindacati elaborarono, in pieni anni di piombo, la teoria del salario come “variabile indipendente”. Quarant’anni dopo, i lavoratori e i sindacalisti di allora sono i pensionati di oggi, e la teoria è stata comprensibilmente adattata ai loro "redditi differiti”, vera e propria variabile indipendente – a qualunque congiuntura e a qualunque stagione politica – degli ultimi decenni. Il governo in carica non sembra avere la minima intenzione di invertire la rotta, e anzi, Quota 100 costituisce una forte accelerazione al percorso di declino che il nostro Paese ha imboccato già da diverso tempo. Il conto, oggi come allora, lo pagherà qualcun altro: noi. Twitter: @glmannheimer